Molti mi dicono che sono cambiata. Che ho cambiato idea. C’è anche chi mi accusa di fare il gioco del padrone. Ossia quel gioco che fanno quando tirano l’acqua dove questa macina di più.
Non è questo il mio caso. Oh no. Non ho mai scritto una riga per compiacere qualcuno. Per far felice qualche altro. Per marchettare. Per far marchette. Per fare propaganda o sponsor. Non mi sono mai piegata ai diktat. Mai. La mia trasformazione nasce ben tre anni fa. Galeotta fu una vicenda che un po’ alla volta ha preso ogni singola parte di me e mi ha smantellata tutta. Un giorno di giugno. Correva l’anno 2022, mi sono ritrovata scalza. Seduta a cavalcioni sopra una muretta. Stavo seguendo il caso a Belluno di una professoressa transessuale che, per la vergogna e per la malvagità della gente, si era data fuoco. Lì quel giorno mi sono inginocchiata a terra. Giuro. E ho visto le lacrime cadere sul marciapiede. Sgorgavano dal viso come enormi goccioloni di pioggia. Era come se qualcuno mi fosse salito sopra. Sentivo le ginocchia scricchiolare. Era come se qualcuno avesse preso la mia schiena e la stessa martellando. Pezzo dopo pezzo. Pezzetto dopo pezzetto. Scalpello dopo scalpello. I pezzi, le credenze, le convinzioni che avevo sempre avuto, saltavano via come calcinacci di un muro in piedi da anni. A terra solo briciole di farina arrugginita. Sbriciolata. Ossidata. Me ne volevo andare. Volevo abbandonare. E vi giuro che più di qualche volta sono stata lì per farlo. Ma dentro di me c’era sempre una vocina che mi diceva: “Vai avanti. Vai avanti Serenella. Vai avanti”. E così ho fatto. I mesi sono passati e io mi sentivo sempre di più in barca. C’erano momenti in cui mi pareva di essere sprofondata dalla mia zona di confort in cui mi trovavo, e di essere finita giù in mezzo al bosco. In mezzo ai rovi. In mezzo agli arbusti. Mi svegliavo nel cuore della notte ed era tutto buio. Tutto. Mancava il respiro. Il battito si faceva accelerato. Cercavo la luce, ma più faceva giorno e più non la vedevo. Altre volte invece mi pareva di stare in mezzo al mare. In mezzo alla tempesta. Non riuscivo più a scrivere. Non riuscivo più a mettere in fila le parole. Avevo la testa che pareva una discarica, un frullatore. Poi, un po’ alla volta, ho ricomposto i miei pezzi e mi sono risollevata. Ma la trasformazione ormai era in atto. A poco a poco impari a guardare il mondo con occhi diversi. Quando sei abituato a confrontarti con il tuo orto, con le tue convinzioni, quando ti mettono in un angolo e fanno di tutto per convincerti che quello è il modo giusto.
Ecco bè, lì ho iniziato a unire i puntini. E i punti interrogativi hanno sollevato la gobba e sono diventati esclamativi. I puntini che avevo lasciato sospesi a poco a poco hanno iniziato a unirsi. Le lampadine che in alcuni frangenti scricchiolavano di luce, a poco a poco si sono illuminate. E mi hanno mostrato un disegno totalmente diverso. Ho lasciato fluire i pensieri. Li ho lasciati liberi. Mi sono spogliata di tutto e di tutti. Ho strappato quel foglio che ormai mi teneva intrappolata e ho lasciato che le cose disegnassero un qualcosa senza pregiudizi né convinzioni. Sono passati gli anni e ho scoperto cose nuove. Ho conosciuto tanta gente. Di diversi Paesi. Mi sono circondata di persone che sono libere di essere ciò che vogliono. E vedevo che questa cosa mi piaceva. Dentro di me stava emergendo una nuova Serenella. Una nuova persona. Dentro di me stava emergendo una qualche donna che non conoscevo, che ho voluto accogliere e che ho preso per mano.
Il lavoro che ho fatto su me stessa mi ha portato a spazzare via tutta quella parte fatta di retorica. Mi ha portato ad apprezzare il diverso. Il nuovo. Lo sconosciuto. E che buona parte delle persone è ottusa. Non compie dei ragionamenti. Ma cerca solo delle conferme a quello che già pensa. Ho visto che non riuscivo più a fare il mio lavoro. Mi sono accorta che c’è una volontà di fingere che tutto vada bene quando invece non va bene niente. E lo vedo. Lo sento. Lo annuso. Lo percepisco quando vado in giro a raccogliere le storie della gente. Ho passato notti insonni a chiedermi cosa stessi facendo. Dove stessi andando. Se veramente il nostro mestiere avesse senso. Ho avuto crisi di coscienza. Di pianto. Di panico. Ci sono stati giorni in cui improvvisamente mi mancava l’aria e non capivo perché. E lì ho cominciato a riprendere in mano quel disegno che avevo lasciato e a unire ancora più i puntini. Mi sono accorta che tutto quello che avevo sempre sostenuto era caduto così, come a un bambino cade un gelato in mezzo a una pozzanghera e non lo puoi tirare fuori. Ci sono stati giorni di pioggia. In cui mi sentivo persa. Frustrata. Umiliata. Io che avevo dato gran parte della mia vita per questo lavoro. Io che ho scritto dagli autogrill con un piede sopra la tavoletta del cesso, dai parcheggi, dalle sale attesa, in bilico sui tram, sulla metro, in mezzo al nulla. Io che ci ho anche rimesso di mio.
Vi posso assicurare che questo percorso non è stato per niente facile, anzi è stato molto doloroso. Frustrante. Ci sono stati dei momenti in cui mi sentivo che mai ce l’avrei fatta. Abituata per anni a un certo modo. Spazzare via le tue certezze è destabilizzante. A chi mi dice che son cambiata in base a chi mi paga, dico di no. Consiglio di provare e poi ne riparliamo. Una cosa però la voglio dire. Ora sono molto più consapevole di quello che non vorrò mai essere. E di questa mia trasformazione sono felice. Lotterò sempre per la libertà di stampa, perché quello che hanno fatto a me anni fa, nel 2017, quando mi licenziarono per il mio pensiero non si ripeta mai più. Continuerò sempre a pormi domande. Dubbi. A provare. Sperimentare. Ad aprire la mente. E gli occhi. Non facendomi etichettare da nessuno. Qualcuno è rimasto deluso da me, mi dicono. Non importa. Se avrò la coscienza a posto, allora saprò di aver fatto un buon lavoro.
A chi mi attacca rispondo: attaccatemi pure, la differenza è che io sono libera. O mi sforzo di esserlo. Voi no.

sbetti


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