
Aveva il volto sfigurato. “C’è una ragazza che ti deve parlare”, mi hanno detto. Mi sono voltata di scatto e l’ho vista. Era lì, in piedi, sorretta da un bastone. Le gambe quasi non si intravedevano. Magre. Avvolte da un paio di jeans. Ci navigavano dentro. Per un attimo non riuscivo bene a capire quali fossero. Il bastone si confondeva con esse. Nell’altra mano teneva al guinzaglio il cane. L’ho guardata. Magra, alta, con quella linea perfetta. I capelli biondi raccolti dietro, lasciavano intravedere quel volto sfigurato. Una paresi credo. Un occhio era socchiuso. Quell’altro pareva una pozza di acquarello del colore di una foresta di conifere e raggiava dalla voglia di farcela ancora. La bocca da un lato era scoscesa. Ma lei parlava bene. Si faceva capire. Gli zigomi pronunciati poi. “Dio che bella che deve essere stata sta ragazza”, ho pensato, quando ancora il dolore non le aveva preso quella parte del volto. Ma che bella che è ancora, mi sono detta.
“Lei non ha le finestre in casa”, mi hanno detto.
“Come non hai le finestre? Vivi senza finestre?”.
“Sì non ho le finestre”.
Lei abita in una casa popolare di un quartiere del veneziano. Il comune l’ha lasciata al freddo. Le ha consegnato la casa senza mettere a posto gli infissi. Dice che sente gli spifferi. Entra l’aria. La pioggia. Il vento, la muffa. “Basta che qualcuno tocchi e sei subito dentro casa mia – mi racconta – io vivo così. Non riesco nemmeno a chiudere casa”. Ma non si lamentava. Non pretendeva risposte. Voleva solo raccontare. Manteneva quella dignità che hanno le persone che ne hanno viste troppe nella vita. Qui in questo quartiere. Il quartiere degli ultimi, degli abbandonati. Dei rifiutati. Dei ripudiati. Di coloro che aspettano un posto nel mondo. Di coloro che attendono incasellati negli elenchi di un comune che tarda ad assegnare le case. Il loro destino è dettato dalle decisioni dei poteri forti. Di chi comanda. Ed emana regole. Regolamenti. Atti. Di chi dall’alto delle loro sedie, non capisce veramente quanta sofferenza ci sia sotto. Perché più comodo non vedere. Non sentire. Far finta di non sapere. E voltarsi sempre dall’altra parte. Quartieri abbandonati a se stessi, dove se manca lo Stato regna l’abbandono. Perché gli appecoronati non sanno come si vive qui. Nell’abisso degli ultimi. Dove di notte le lacrime scorrono lente. E per quanto forte tu possa urlare, nessuno ti sta a sentire.
All’improvviso cade una donna. Era lì sull’asfalto seduta. Incapace di muoversi. Stava correndo in bicicletta quando ha preso una buca. Una sterzata fatta male ed è caduta a terra. Del resto le strade son talmente disseminate di buche e dissestate di pericoli. I marciapiedi poi qui fan talmente schifo che muoversi per un anziano diventa difficoltoso. Era lì seduta a terra. Avrà avuto all’incirca settantacinque settantasei anni. Le siamo corsi incontro. E appena ci ha visto, la vergogna l’ha invasa. Ha iniziato ad ansimare. A piangere. Ad aggrapparsi alle persone che le si sono gettate addosso per prestarle soccorso. Implorava con le mani. Chiedeva aiuto. Mi guardava con due occhi come a dire: mi sento persa, ho paura, vi prego, aiutatemi.
“Signora chiamiamo l’ambulanza?”. “No no”.
“Signora la riaccompagniamo a casa?”.
“No no. “Voglio mio marito”.
“Ha un numero che lo chiamiamo?”, le ho chiesto. “No mio marito è morto due mesi fa. Sono appena stata al cimitero. Non riesco a parlare con lui. È lì chiuso dentro una tomba. Scura. Non mi sente. Voglio mio marito vi prego. Aiutatemi”. Lì per lì son rimasta muta. Ho volto lo sguardo verso il basso e non riuscivo ad alzarlo. “Le figlie? I figli?”, le ha chiesto la vigilanza che era con noi. “Una sta a Milano. Una a Roma”. I cameraman che erano con me Manuel Lazzarin Roberto Fanzini hanno detto di non alzarla. Di lasciarla lì seduta, nell’attesa che le passasse. “No fermi fermi non alzatela”. Si sono fermati i carabinieri. Qui passano a ogni ora. Un quartiere malfamato. Degradato. Le hanno chiesto se volesse essere riaccompagnata a casa. Lei ha detto di no. Che ce l’avrebbe fatta da sola. Poi, viene avanti una madre. Aveva tre figli. Entrano nel supermercato. Il bambino piange. Strilla. Grida. Urla. Spalanca la bocca come fosse un drago. Gli vedevo quegli occhioni enormi. L’altra bambina gridava sul passeggino. Mi sono guardata attorno. Qualcuno urlava. Qualcuno gridava. Qualcuno alla finestra aspettava. Qualche altro passeggiava, inghiottito nel buio. Qui si vive così.
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