Di Lucio Corsi mi ha colpito subito la sua magrezza. Il volto scarnificato. Le dita sottili. Le gambe che paiono volare, ma ben saldate a terra. È un essere puro. Semplice. Spogliato e spigliato dai piaceri che ingolfano il passo, ingrossano il sorriso, lievitano il ventre.
Si dipinge la faccia totalmente di bianco, con gli “occhi truccati di nero”, perché, canta, “se faccio a botte le prendo”. Musicista maremmano, è il ragazzo a cui “non gli importa del futuro”.
Se ne frega. Se ne fotte. Un uomo che ha paura, come noi. Come tutti noi. Solo che ce ne siamo dimenticati. E siamo tristi, insoddisfatti, frustrati, sempre più incanalati in modelli da seguire che in una essenza da vestire.
Il suo destino è determinato dal qui ed ora.
E non contano le aspettative degli altri, dei padroni, dei datori di lavoro, dei parenti, ma chi se ne frega, chi se ne fotte. Chi se ne fotte di quello che dice la gente, di quello che pensa, di quello che farneticando farfuglia, chi se ne frega. La canzone del menestrello più freak d’Italia è un inno.
Un inno alla gioia, alla vita, alla libertà, un inno alla rivoluzione, un invito a svestirci di quelle aspettative, di quegli status sociali che ti cuciono addosso: il lavoro, la famiglia, gli studi, l’essere sempre così costantemente attivi, reattivi, disponibili, performanti, folgoranti, una società di disadattati che si sente figa se lavora troppa, se lavora molto, se lavora a ogni ora, a ogni singolo minuto del giorno.
Una manica di frustati e stravolti che manco ti saluta, che si sente importante se è travolta dal lavoro, se è in burnout, se è incasinata.
Se ha avuto giornate folli. Ma chi siete.
Chi cazz* siete che dovete tutti salvare il mondo. Chi.
La maggior parte della gente corre sulla ruota del criceto senza manco sapere dove cazz* stia andando, e soprattutto perché. Per chi. Per dove. La gente in giro ha negli occhi la tristezza, la sofferenza, il male di vivere, l’invidia sociale.
L’Italia, lo dice Corsi, ha un grandissimo problema. E ce l’ha veramente.
Perché lui i piedi a terra ce li ha ben piantati. Lui che da Milano è tornato nel suo paesino perché sa che le storie più vere sono quelle sporche, quelle sincere, quelle ai margini, quelle dove ancora la gente ha tempo di salutarsi. Non sono quelle stravolte dove il permesso passa di moda, il grazie cede il posto all’ingratitudine, e il guardarsi negli occhi viene sostituito da uno schermo di uno smartphone. No. Quelle sono le storie finte. Le storie dislessiche. Perché alla fine la vita è così, non la puoi comandare, non puoi scrivere il copione come cazz* ti pare.
La vita, le storie, vanno dove vogliono e dove devono andare. Senza illusioni, senza pose, senza protagonismi. La vita è fermarsi a guardare un’ape. Un cespuglietto che cresce sotto la grondaia. È la realtà fatta anche di noia, di svago, di cazzeggio, perché dalle distrazioni, dagli inciampi, da quello che gli esseri umani chiamano errori, nascono le migliori cose.
Corsi è la fragilità che incespica, che urta nelle bellezze della vita, che se ne accorge e gli dà forma. Così, come a camminare in montagna, inciampare in un sasso e accorgersi che sotto sta nascendo un fiore.
È il canto silenzioso delle piccole cose, quelle che nessuno più guarda, ma che fanno un rumore pazzesco. È il canto di ribellione di chi voleva essere un duro ma ha capito che i duri sono quelli spaccati, fatti a pezzi, traditi dalla vita, stravolti, piegati, frantumanti e nelle fessure trovano la luce.
Il canto di chi si ribella nei confronti di chi è normale e “ha troppo poco amore intorno o troppo sole negli occhiali”. È l’imprevisto. La melodia jazz che suona, l’improvvisazione. È il coraggio fatto persona. E lui di coraggio ne ha avuto.
Questa sera davanti milioni di italiani, in un mondo popolato da disadattati che si prendono troppo sul serio, lui ha cantato con Topo Gigio.
Per me, ha già vinto.

sbetti


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