Sul posto dove hanno ammazzato Giacomo c’è un uomo che da un’ora fa avanti e indietro. Indietro e avanti. Dicono stia qui da ore. E ormai ha fatto il solco. Le mani dietro la schiena. Il volto carico, ma consunto. Logoro. Sciupato. Ogni tanto guarda quello striscione. E poi lo sguardo gli ritorna a terra.
Quando lo guarda, le dita si muovono. Si accavallano. Si intrecciano. Come se stesse esplodendo di collera e di rabbia.
Qui in corso del Popolo a Mestre, accanto alla laterale che sfocia in via Cappuccina, sono apparsi dei fiori. Ce ne sono di tutti i colori. Pochi penso. Ce ne vorrebbero di più. Ce ne vorrebbero molti di più per questo ragazzo di 26 anni che una sera ha perso la vita, perché il suo istinto naturale è stato quello di non voltarsi dall’altra parte. Quella ragazza colombiana che hanno salvato, Giacomo e Sebastiano nemmeno la conoscevano.
Ce ne vorrebbero molti di più di fiori per questo ragazzo che amava la vita e quella degli altri, che voleva solo vivere e non pensava affatto di morire da eroe. Ma l’ha fatto. Ha fatto uno scherzo ai suoi familiari. Ai suoi amici. Il padre, riferendosi al gesto del figlio, ha detto: “Ha fatto una grande cazzata”. E la cazzata non gli ha consentito di ritornare indietro. L’ha fatto. È stato un gesto naturale involontario che gli veniva dall’animo. Non ci ha dovuto pensare. Riflettere. Capire. Lui era così. Agiva d’istinto, quella cosa che gli esseri umani hanno perso. Si è buttato, e ci ha rimesso la vita. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anziché presenziare a cerimonie senza senso, farebbe bene a dare una medaglia a questo giovane. Come grande esempio di vita. Come grande esempio di senso civico. Una lezione su cui tutti dovremmo riflettere.
Un comportamento che ormai ai nostri giorni non esiste più. Nè nei giovani. Ma nemmeno nei vecchi.
La gente vive solo per se stessa. Se ne frega degli altri. Di come stanno. Di cosa pensano. Perché lo pensano. Sono tutti mossi a vivere nel loro limbo perfetto vittime di una società che li ha resi schiavi e sudditi. Non vedete che è tutto un far tornare i conti. Tutto un calcolare. Tutto un comportarsi esattamente secondo le regole dei padroni. La gente è diventata menefreghista. Indifferente. Cinica. Strafottente. Quando arrivi nel posto in cui è accaduto un delitto, e suoni il campanello di quello che vive davanti e che era a casa quella sera, ti dirà: “Non so. Non ho sentito niente. Avevo le finestre chiuse”. Poco importa se con quelle finestre chiuse senti scorreggiare dall’altro lato della strada. La gente ha perfino paura di parlare. Preferisce non intervenire. Finge di non sapere. Di non vedere. Di non sentire. La donna che avevo intervistato a Venezia, aggredita da tre borseggiatrici, aveva gridato aiuto quel giorno. Ma nessuno l’ha aiutata. Nessuno ha fatto niente.
Solo un uomo. Solo un uomo questa sera mi è venuto incontro. Aveva il volto rigato dalle lacrime. “Qui non si vive più come una volta – mi dice piangendo – si stava tanto bene. Adesso alle cinque del pomeriggio io e mia moglie siamo chiusi in casa. Abbiamo paura ad uscire. C’è tanta gente… sì insomma non lo vorrei dire… c’è gente che non mi piace. Abbiamo paura. Abbiamo paura anche ad andare via in auto”. Me lo dice così lui. Con la voce strozzata per il dolore e per l’angoscia. Me ne vado dal quartiere. Accanto a me ci sono tre tizi, sono ubriachi, sanno di alcol. Passa una donna. La squadrano dalla testa ai piedi. Non è cambiato niente.

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