
L’altro giorno a Venezia ho intervistato una donna. La chiamerò Martina. Perché ha paura e non vuole rendersi riconoscibile.
Quando l’ho incontrata ho capito subito che era lei. Aveva gli occhietti piccoli piccoli come moscerini impauriti. Lo sguardo guardingo. Ansioso. Attento. Intimorito. I capelli raccolti in uno chignon impotente e remissivo. Tra le mani stringeva una pallina di gommapiuma del colore fucsia, l’unico barlume di colore addosso che aveva.
“La devo stringere più volte durante il giorno – mi ha detto – solo che non ho mai tempo e allora me la porto in giro. Ancora faccio fatica a muovere questa mano. Anche ieri ho provato ad agguantare il bicchiere ma mi fa male”.
Già. Le fa male.
Martina è stata aggredita in un giorno d’estate sopra al Ponte degli Scalzi a Venezia. Uno dei centralissimi ponti della città. A pochi passi dalla ferrovia, dalla stazione dei pullman. Era pieno giorno. Erano le cinque del pomeriggio. Lei ha gridato. Ha chiesto aiuto. “Aiuto aiuto qualcuno mi aiuti”, ma nessuno è intervenuto. L’indifferenza totale. Siamo così talmente impegnati a dar la caccia a quelli che reputiamo diversi, che dimentichiamo di tendere una mano ai nostri “simili”. Martina aveva sventato un borseggio. Aveva salvato una coppia di turisti americani dalla solita piaga che si abbatte impunitamente in laguna. Quella delle ladre e dei ladri che ti infilano la mano ovunque e poi non riesci manco a far ritorno a casa, perché ti rubano tutto. I turisti quando accadono queste cose piangono dalla rabbia e dalla vergogna.
Insomma Martina sventa il borseggio. E le ladre – erano in tre – la seguono. La pedinano. La tengono d’occhio. Fino a che improvvisamente la colpiscono. Una la ferma e comincia a sputarle in faccia. Le sputano addosso. Le danno calci. Pugni. Le tirano i capelli. La accerchiano di modo che gli altri non possano vedere. Lei tenta di difendersi. Le tremano le gambe. Le manca il respiro. La voce è spezzata dalla paura. Martina prova a mettere la mano sopra la testa per parare i colpi, ma è lì che una borseggiatrice le prende la mano destra. Le afferra il mignolo con una violenza brutale, glielo gira e glielo spezza. Glielo frantuma. Quando Martina giunge al pronto soccorso non ci vede dai dolori. La lastra del dito – che ho visto e ho fatto vedere nel servizio – referterà che le ossa sono completamente frantumate.
Quando lei mi raccontava queste cose, giuro, era come se le borseggiatrici stessero spaccando le ossa a me. Lo sentivo quel rumore di schegge rimbombare dentro la mia testa.
“Impossibile che nessuno abbia visto”, mi dice. “Io adesso ho paura mi crede? Paura. Paura. Paura di uscire da sola. Paura di fare una passeggiata nella mia città. Paura di andare a trovare mia madre. Sono cambiate tante cose. Venezia era sicura. Ma ora non è più una città vivibile. Io e mio marito stiamo pensando di andarcene”.
Le borseggiatrici, di cui una incinta, ovviamente sono rimaste impunite.
Il mio servizio a Fuori dal coro
sbetti
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