Una porcheria di mangiare che più porcheria non si può. Mi fermo a Venezia in un ristorante per pranzare che è quasi l’una e mezza. La cucina è ancora aperta. E ci fanno accomodare. Al tavolo a prendere le ordinazioni arriva un ragazzo che lo vedi che è alle prime armi. Ma fin qui niente da dire, anzi si impegnava pure.
Ordiniamo e dopo un po’ arriva il cibo. Il pollo sembra fatto alla Montedison. Una roba di una brutteria assurda. Ma duro. Duro. Duro. Che più duro non si può. Lo vedevi quel pollo che in un’altra epoca, se ne stava dentro le stalle su lettiera negli allevamenti intensivi dove tengono gli animali accatastati peggio degli animali stessi, e poi li gonfiano, li rigonfiano e li rigonfiano ancora.
Chissà cosa gli daranno per farli diventare così duri. Così gonfi. Così brutti ma brutti da vedere e anche da mangiare veramente. Ci vorrebbe che la gente non mangiasse più carne, ma gli uomini pare che se non mangino carne, non stiano bene.
Le verdure poi pagate la bellezza di 8 euro, erano riversate alla rinfusa su un piatto grande quanto quello dove mangia mia nipote di cinque anni. Due fette di melanzane di numero. Due. E giuro, uno schitto di bieta e cicoria. Quando sono andata al bancone – perché ci sono andata diamine – a chiedere cosa mai fosse sta roba, mi hanno risposto che quelle sono le porzioni. “Questa una porzione? L’altro giorno ho pagato 35 euro qui. E questa è una porzione per mangiare quattro foglie?”. La tipa quindi, incazzata nera, prende il piatto, scocciata. Lo riporta in cucina, e dopo un po’ arriva con lo stesso piattino, con l’aggiunta di altre due fettine di melanzane di numero. Solo che si vedeva che erano state scongelate, in fretta e male, perché alla lama che affondava sulla polpa che sapeva di plastica, rispondevano come se rimbalzassero e la lama tornasse indietro. Un plasticone immangiabile.
Il pane poi faceva immensamente schifo.
Quando mi sono alzata e ho chiesto una bottiglietta d’acqua da portare via, quella bottiglietta d’acqua di 50 cl me l’hanno fatta pagare un euro e cinquanta. Un furto praticamente. Una roba indecente. Per non parlare del caffè che una volta me l’avevan fatto pagare 4 euro. Poi ho fatto loro capire chi comanda. Anche perché qua una volta paghi 35. Un’altra paghi 20. La volta dopo 18.50. Poi addirittura 15. Mangiando sempre le stesse cose. Le patate del mio collega parevano venute fuori da quei miscugli dove la gente ci butta dentro di tutto. La carne dell’altro mio collega sapeva di dado. E quella di quell’altro ancora aveva il sapore – qui dicono – di “freschino” che non ho mai capito che roba sia. E manco lo voglio sapere. La qualità in alcuni – ripeto alcuni – ristoranti in Italia, – soprattutto al Nord, dopo il covid, si è abbassata drasticamente. Mentre i prezzi sono lievitati enormemente. Una fettina di petto di pollo con patatine costa la bellezza di 25 euro. Se vado al sud, faccio in tempo a mangiare tre porzioni e la qualità è nettamente migliore. In una città turistica, mangiare a questo livelli, perdonatemi, ma non è buona cosa. Certo non è ovunque così, ma ne basta uno a rovinare l’immagine di tutti. Roba congelata. Già pronta. Precotta. Una roba di una sciatteria assoluta. Se non conosci le trattorie giuste, e la maggior parte delle volte sono piene, mangiare a livelli dignitosi diventa sempre più difficile. Anche perché non ho capito una cosa. Il mangiare al ristorante, lo pago. E quindi pretendo che mi venga servito come si deve e che sia anche di qualità. Non siamo nei Paesi sottosviluppati dell’Africa, dove la qualità del cibo lascia a desiderare e molte volte la gente non ha manco da mangiare. Siamo in Italia, la patria del Made in Italy, dite, il Paese dove la cucina italiana – ah la cucina italiana batte tutti. Lavorare e cucinare in un ristorante è un lavoro, dignitoso, rispettoso, importante. Le cose che ingerisci e che paghi, vanno a finire dentro il nostro corpo.
Per quale motivo in qualunque mestiere se consegni un lavoro svolto non a regola d’arte te lo fanno rifare, e qui pur pagando ti devi accontentare della merda?

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