5 giugno 2024. A volte basta solo cambiare prospettiva. Arrivo a Venezia che è tardo pomeriggio. Devo fare un’intervista e devo scrivere al volo. La giornata non è partita nel migliore dei modi. Mi sono svegliata con un occhio incatramato, pigro, addormentato, che non riuscivo ad aprire. Poi avevo finito i cambi e non avevo più niente di nero da mettermi.
E per giunta quel mostriciattolo all’occhio mi ha impedito di truccarmi e di mettermi le lenti.
Sicché ho dovuto indossare gli occhiali.
Per buona parte della giornata ho rimediato con degli occhiali scomponibili, ossia vista e sole insieme. Sicché la gente non vedeva le mie pupille che oggi tiravano tante bestemmie. Ma per una minuscola parte del giorno ho indossato gli occhiali da vista, quelli che uso la sera quando sono a casa.
Credo che siano poche le persone che mi abbiano visto con quegli occhiali, tanto che a dei miei colleghi ho detto: “Scusate se oggi indosso questi ma ho avuto dei problemi agli occhi”.
Loro mi guardano sbalorditi. Non sanno il disagio che provo quando indosso gli occhiali da vista. Tanto che, da occhialati pure loro, mi rispondono anche un po’ scocciati e perplessi: “Perché uno si deve scusare se porta gli occhiali?”.
No no. Dicevo. Scusate se mi vedete in condizioni pietose.
Indosso la prima cosa che mi capita a tiro. Una maglia rosa, con sopra un giacchino. Il giacchino è pure figo. Sa di Oriente. In più con i capelli neri raccolti a Venezia mi scambiano per una giapponese.
Il giubbetto l’ho comprato in un negozio del centro di Jesolo, un giorno, andando al mare con le mie amiche. Ma, scarpe Converse ai piedi. Quel giacchetto stamattina non c’entra niente col mio umore.
In più, bevendo il caffè al bar, aggroviglio le dita sulla cerniera della giacca, e sbotto perché non riesco a prelevare. Davanti a me poi, c’è un trasporto eccezionale, ma eccezionale veramente, che Dio mio me lo son portato avanti per trenta chilometri buoni. Il caffè in più non mi fa più effetto. Mi ha assuefatto. E cercavo un disperato momento per fumare.
Giungo in ufficio e montando il video, una tazza piena di TachiFludec si rovescia completamente. Invade tutto il tavolo. Computer. Fili. Cuffie. Microfoni.
Avete presente quando lavori a spron battuto, entri nel flusso, e non vuoi mollare perché devi fare in fretta e fare presto. Ecco, così.
Insomma tutto andava un po’ al rallentatore, poi arrivo a Venezia. E mi trovo in preda ai minuti che corrono velocemente nell’orologio. L’unica nota di relax è quel viaggio in taxi, chiamato all’ultimo, perché Dio mio se non ci fosse stato a questa ora, ero ancora là. Il tassista mi dà una mano a salire. E una scendere. Ma non la voglio. So fare benissimo da sola. Mentre faccio la intervista, il telefonino sembra la centralina dell’Enel. O quella di un grande magazzino dove sono appena iniziati i saldi. E la gente chiama per chiederti: “Scusa a che ora aprite oggi?”. Cerco di concentrarmi su ogni singolo passaggio. Telefona. Chatta. Rispondi. Scrivi. Ascolta. Prendi appunti. Se qualcuno ti interrompe concentrati sull’interruzione e poi riprendi. Scrivo alla velocità della luce. È tutto al cardio palma.
Poi. Poi, esco dalla stanza, vado al bar e chiedo un caffè. Dal bagno di quell’hotel dove sono, entra una brezza marina leggera, in effetti siamo al mare penso. Esco, c’è il tramonto. Scatto una foto. È romantica, penso. Mi sorprendo.
sbetti



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