Era il 2002. L’anno della quarta liceo. L’anno dei 18 anni. Quando diventi maggiorenne e inizi a chiederti cosa voglia dire. Quel giorno stavo facendo una lezione di danza – per prendermi qualcosina insegnavo danza ai più piccoli – quando mi arrivò un messaggio sul cellulare. “Serenella hai 8 in condotta”. All’epoca non c’erano i telefonini quelli belli di adesso. Quelli dove qualcuno ti poteva mandare la foto. E se trovi qualche idiota di foto te ne manda 35 in serie. All’epoca c’erano delle casse che parevano computer di bordo. Non c’erano le app, i registri elettronici dove ci mettono il becco i genitori, e gli studenti sanno tutto in tempo reale, anche se il giorno dopo il prof di italiano abbia il cagotto o meno.
All’epoca c’erano i voti che uscivano in bacheca che li metteva la bidella aprendo con la chiavetta quella vetrina, che durante l’anno si riempiva di circolari, corsi di lingue e annunci teatrali. Ricordo che finii la mia lezione di danza e che finita, ormai erano le sette di sera, presi di corsa lo scooter e andai subito al liceo. Volevo vedere con i miei occhi quell’8 in condotta che mi avevano comunicato. Non può essere dicevo. Alla fine mi sono sempre fatta il mazzo tanto. Prima, infatti, ai licei si studiava con un altro ritmo. Non come adesso che se dai una versione in più per casa ti condannano per violenza privata.
Il liceo stava a 35 chilometri di distanza da dove abitavo; quando scelsi la scuola, scelsi quella il più possibile distante da casa perché volevo cavarmela da sola. Durante tutto il tragitto, tirai lo scooter oltre il limite del consentito ma comunque consentito dal codice della strada, per arrivare in tempo. La scuola era aperta fino alle otto di sera e non potevo andare a letto se prima non avevo visto. Chiamai anche il mio ragazzo dell’epoca e gli dissi che per motivi x che a lui non riguardavano quella sera non ci saremmo potuti vedere. Lui ci rimase male ma sono cose che capitano a tutti, prima o poi passano anche le delusioni amorose.
Arrivai davanti la porta del liceo, erano le 19.57. Lo ricordo ancora. La bidella che non so se fosse quella che aveva affisso i voti con la chiavetta nella bacheca dove durante l’anno ci finivano i corsi di lingue, stava chiudendo il portone. Lasciai lo scooter in mezzo alla strada. Tolsi con fretta il casco, e mi precipitai sopra le scale, trovai la porta a vetri chiusa e la bidella che dal vetro mi faceva cenno: “mi dispiace figlia mia, ho già chiuso”. Le feci il gesto di aprirmi per favore, “la prego mi apra, ho fatto 35 chilometri in scooter, non mi lasci andare via senza prima aver visto i voti, per favore, la scongiuro”. Mi scese una lacrima. E lei, forse madre, forse zia, forse nonna, si lasciò intenerire e mi aprì. Sembrava la governante di qualche collegio austriaco. “Non un minuto di più mi disse”. Mi precipitai davanti la bacheca. Cercai la classe. 4. Ap. Ap. Ap dicevo, dov’è la 4Ap. La trovai. Scorsi in fretta i nomi. Ero la terza, quarta non ricordo esattamente. Seguii con il dito la riga dei voti. E tac eccolo. L’8 in condotta con la media dell’8.47. In diritto avevo 9. Anche in latino. Rimasi di sasso mezzo secondo. La bidella mi richiamò all’ordine. Mi disse: “devo chiudere!”. E me ne andai. Non versai una lacrima. Tornai a casa e lo dissi ai miei genitori. I miei mi dissero: “Rifletti sul perché te l’hanno dato e qualche volta morditi la lingua”. Era proprio così.
Ora i tempi – paradossale perché non ho 80 anni – sono cambiati, ma mi chiedo cosa avrebbero dovuto fare quei ragazzi che hanno sparato pallini in faccia alla prof per avere un 8 in condotta o meglio la bocciatura?
sbetti


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