La notte prima degli esami.
Ieri durante un’intervista che mi hanno fatto per l’inchiesta sulla Bibbiano dei nonni, il giornalista Antonino D’Anna a un certo punto mi fa: “Serenella cosa farai domani?”. Io ci ho pensato qualche secondo, che in radio pare un’eternità e gli ho risposto: “Domani studio”. Sto facendo un’altra inchiesta e domani studio. Io me la ricordo la notte prima degli esami. Era il 2003. L’estate torrida. Quella calda afosa. Quella che ti mancava l’aria. Quella che l’afa la sentivi che ti cappiava il collo. Te lo stringeva. Te lo stritolava. Te lo ingolfava. Quella che ti facevi la doccia e ti pareva di non essertela fatta. Mica c’erano i condizionatori potenti in ogni stanza come oggi.
Quella che ti lavavi le mani e sudavano sudavano sudavano. Erano unguenti, pingui, lasciavano la scia sulla carta che pareva il lardo di un maiale sopra il tavolo del banconiere.
Io avevo già le dita ribelli. Dio se le avevo. Avevo capito che se volevi lottare potevi farlo con le parole. Assaporavo quei suoni che le parole e la musica mi regalavano e ringraziavo sempre Iddio quando qualcuno mi insegnava una parola nuova. Era l’estate calda e afosa dove i piedi ti si incatramavano per terra. Sentivi le gambe pesanti galleggiare, te le portavi appresso come fossero croci. Così dimagrita e scarnificata da stress e notti insonni. Arrivai al tema di italiano con quattro vocabolari in mano. Garzanti. Zanichelli. Sinonimo e contrari. Il vocabolario vecchio di mio nonno passato a mia madre che glielo aveva passato a suo fratello a mio zio che lo aveva passato a me dove mio nonno ci aveva studiato all’Università. Ero lì vestita di nero, con i capelli legati, dimagrita di quattro cinque chili, gli occhi annebbiati dal sonno, ingigantiti dalle occhiaie. E quelle dita che volevano scrivere. La sera prima l’avevo passata con le mie amiche a casa dei miei a mangiare olive ascolane, quante risate a volte isteriche, l’ansia. il dubbio. Il traguardo. Il confine. Il conforto. Quanti sentimenti tutti nello stesso giorno. La falsa illusione di diventare grandi. Quella mattina la sigaretta prima di entrare fu la più bella.
Al tema presi 15/15. Un tema perfetto. Fuori le righe. Non una riga fuori posto. Parlavo di diritti. Di diritti umani. Avevo trovato un professore fuori dagli schemi che apprezzava le mie teorie. Ci sono dei diritti universali dicevo, che diamine! Che vanno al di là delle bandiere. Destra. Sinistra. Blu. Verde. Rosse. Fucsia. Vanno al di là delle ideologie. Vanno al di là della religione. Mi ero incaponita poi con questi diritti umani perché credevo che da lì provenisse l’etica. Quella che cercavo. La cercavo negli sguardi della gente. Nel lavoro. Nello studio. Nella danza. Negli amici.
Feci il tema. Gli esami passarono. Feci l’orale e da lì iniziò un altro mondo. E quanti altri ancora. Gli esami continuarono. E non finirono mai. Mai, nemmeno ora in ogni pezzo, in ogni servizio, in ogni parola. Nemmeno prima quando cercavo la mia strada.
Poi un giorno la tua strada arriva. Ti si presenta davanti e ti stravolge la vita. Te la prende e te la rovescia la vita. Ci fa le capriole. Le acrobazie. Le spaccate in aria. Inizi a calpestarla. E capisci che quello che stai facendo era quello che avevi sempre cercato. A chi oggi ha la maturità – mi piace ancora chiamarla così – dico: cercate sempre la vostra strada. E quando l’avete trovata abbiatene rispetto, trattatela con cura. Perché sarà l’unica che darà un senso alla vostra vita.

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