Non lontana da piazza Barberini in via Veneto ci sta la chiesa dei Cappuccini. Ci sono stata un giorno e sono rimasta sbalordita. Dentro ci sono le ossa di 4000 frati morti tra il 1528 e il 1870.
Nella cripta, composta da diverse cappelle unite da un corridoio, si trovano alcuni corpi di frati mummificati con addosso il saio, il tipico vestito del loro ordine.
Un percorso macabro ma suggestivo. Oltre alle ragnatele che spuntano dal soffitto, ci sono i baldacchini di bacini, i lampadari fatti di ossa. Le ossa dei frati sono incastonate con la precisione sacro santa di un compositore, di uno che lavora con gli arnesi, di un chirurgo che salva le vite e non può sbagliare. Stupefacente. Qualche pazzo le ha prese e ne ha formato un mosaico. Un museo di 3700 – 4000 corpi, con migliaia di ossa, tibie, crani. Addirittura li ha disposti in un modo così regolare ma talmente regolare che se ne togli uno crolla tutto. Hai presente. Hai presente i letti a castello. O il gioco del domino. O quello dove metti una sopra l’altro i bastoncini di legno. Alcuni corpi li ha presi, scomposti, e ne ha fatto il mantello di altri corpi. Alcuni poi li ha stesi e li ha vestiti. Non ho mai visto nulla di simile. La gente non se ne rende conto perché è diventato un museo. Ma non appena entri ci sta scritto: “è strano notare come la forma artistica e la legge estetica abbiano quasi vinto ciò che di per se stesso è raccapricciante”.
Si è fatto tardi. Mi chiamano. Mi incammino lungo il Tevere e mi accendo una sigaretta.

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