Foibe. Quel segreto raggelante di Giuseppe Comand

Giuseppe Comand

Ho iniziato a occuparmi di Foibe cinque anni fa. Pochi per chi ne parla da quando è nato e ci ha vissuto veramente.

Premessa. A Latisana ci stava un certo soldato che era uno degli ultimi testimoni rimasti della riesumazione dei primi infoibati italiani dell’ Istria. Quando l’ho conosciuto aveva 97 anni. Nel 1943 stava a Sussak e gli venne ordinato di aiutare i vigili del fuoco di Pola quando recuperavano gli infoibati. Questo signore teneva un diario e in quel diario c’era scritto che i corpi venivano trasformati in saponi. Ma c’era un tassello che non tornava. Un pezzo mancante. Il collante di quella testimonianza che andava trovato.

Nel 2018 mi sono messa in moto e sono andata a casa di questo ex soldato. Si chiamava Giuseppe Comand, il padre di Marialuisa Comand, aveva 99 anni, e a gennaio 2020 è morto. Ha fatto in tempo ad andarsene prima della pandemia.

Quel giorno di quel 2018 arrivai. La figlia mi accolse in casa. La badante anche. E lo intervistai.

Ricordo ancora il suo volto. Mi scrutava. Mi bucava gli occhi come a cercare un qualcosa di cui potesse veramente fidarsi. Mi fece subito tenerezza. Quante doveva averne passate quell’uomo. Mi fece accomodare su un banchetto. Uno di quelli di legno. Uno di quelli che ancora c’avevano il foro per metterci la penna e il calamaio. Lui se ne stava seduto su una poltrona. Accanto aveva una lampada. E parlava con una voce commossa. Quasi sofferente. Come se non riuscisse più a sputare fuori tutto quell’orrore. Come se fosse stanco. Come se non ne potesse più. Come se la forza di ricordare gli avesse tolto la vita. Ci misi qualche giorno per riprendermi da quell’incontro. Mi veniva da piangere. La schiena ricurva. Gli occhi di pianto.

Mi raccontò cose orrende. Orribili. I suoi compagni si calavano nelle foibe per recuperare i morti. Ma bisognava fare attenzione perché i corpi si smembravano. Cadevano pezzi. Le teste si mozzavano. Le braccia cadevano. I piedi putrefatti si sgualcivano. Le vittime erano legate tra di loro con il fil di ferro. Così funzionava. Ti legavano con il filo di ferro uno accanto all’altro. Sparavano al primo della fila. Questo cadeva nella foiba e a ruota, ancora vivi, cadevano anche gli altri. Gli altri vivi, se non morivano subito, morivano all’interno della foiba, dopo giorni di agonia, sopra i corpi dei loro compagni morti.

Ricordo che mi raccontò anche dell’odore. Dell’odore di morte. Dell’odore dell putrefazione di quei corpi ormai in stato di avanzata decomposizione. Ed era come se lo sentissi quell’odore. Come se lo respirassi. Nella foiba c’erano anche ragazze. Donne. Donne che erano state violentate. Seviziate. C’era anche Norma Cossetto, la studentessa dell’Università degli Studi di Padova, violentata e seviziata da 17 partigiani – due anni hanno dovuto penare per presentare il fumetto “Foiba Rossa”, nella città patavina. Una studentessa profuga istriana il cui nome sta pure scritto davanti alla scala del Rettorato ma che evidentemente i ragazzetti di sinistra non approvano. Una città, quella di Padova, rossa fino al midollo, che concede le sale ai centri sociali e che dinanzi all’orrore dei propri cari volta la faccia.

Comand mi raccontò tutte queste cose. E poi mi disse: “Sai io so una cosa però. Ricordo che vicino a me c’era un carabiniere o almeno aveva la divisa da carabiniere e che mi raccontò che dentro al saponificio facevano i saponi con i morti. Ma devo trovare questa persona”. Così.

Così mi misi in moto. E da lì cominciò la ricerca. Una ricerca durata un anno. Con Fausto Biloslavo mi misi a studiare le carte. A raccapezzare i nomi. A far combaciare nomi cognomi date soprannomi familiari parenti. Cominciammo a contattare gli archivi. A telefonare. A spulciare gli elenchi telefonici. Fino a che. Fino a che un giorno, lungo l’autostrada che mi conduceva a Trieste il cerchio si chiude. Ma da lì si aprì un altro capitolo fatto di riscontri. Di prove. Di controprove. Tutto doveva perfettamente combaciare per evitare di commettere errori. Di essere attaccabili. E infatti.

Questa storia da far venire i brividi, è stata ripresa dai libri di storia. I corpi trasformati in saponi e i rastrellamenti rimasti nascosti per 75 anni.

Qui il link del libro 🔗 https://books.google.it/books?id=oN6GDwAAQBAJ&pg=PA18&lpg=PA18&dq=serenella+bettin+fausto+biloslavo+foibe+saponi&source=bl&ots=ylEqsmzH5_&sig=ACfU3U3fXGEd-H4euyzwSZ5cp3m8jDcN0g&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwislqKShvj1AhW8iP0HHZpeDlMQ6AF6BAgREAI#v=onepage&q=serenella%20bettin%20fausto%20biloslavo%20foibe%20saponi&f=false

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