“C’è anche domani”

Io non ho l’autorevolezza per scrivere un commento su Ennio Doris ma entro in punta di piedi come si entra dentro le storie degli altri.
Ho ricevuto questo libro in un giorno di dicembre. Ero passata in Banca Mediolanum dal mio consulente finanziario e avevo deciso di mettere da parte alcuni sogni.
Era il dicembre 2019. Quello prima del covid. Quello quando era tutto bello e avevi una marea di sogni ambizioni progetti viaggi. Quello che per la nostra generazione, caduta in braccio alla crisi del 2008 e caduta in braccio al covid, si trovava a poter finalmente vivere serenamente.
Noi nati senza pensione. Noi nati schiacciati da due braccia che si contorcono tra loro.
Ho sempre sentito parlare bene di Ennio Doris. Lui. Veneto. Sorriso cordiale. Con ancora quegli occhi da bambino che dentro ci vedevi il mondo e i sogni attorno. E ho sempre sentito parlare bene di Banca Mediolanum. Sarà perché mia sorella ci lavora dentro, ma in Veneto lo sanno cosa vuol dire avere a che fare col mondo delle banche.
Io lei la vedo felice contenta gratificata. E nel lavoro è la cosa più bella che ti possa capitare. Quando non lo sei, vattene.
Mi ricordo ancora quell’aneddoto raccontatomi da qualcuno in banca dove Ennio Doris aveva pagato la scuola a una ragazza del suo paese che non poteva permettersi gli studi.
Lei poi è morta di un male incurabile e lui è andato al suo funerale. Figuratevi. Lui va al funerale, il presidente di Banca Mediolanum, e a questo mondo c’è gente che manco risponde al telefono.
Tutti sanno da dove viene Ennio Doris.
Tombolo.
Un paesino di tremila e seicento abitanti a venti chilometri da Padova che mio Dio quando ci sono andata c’ho visto i cartelli in piazza e le statue dei famosi mediatori.
I mediatori sono quelli che compravano bestiame. Contrattavano, facevano. “Parlavano un gergo tutto loro”. Un paesino sconosciuto al resto del mondo ma che è diventato uno dei centri di commercio di bestie più importanti d’Italia.
Ricordo ancora quando mi dettero questo libro.
Io ero scettica, pensierosa, non sapevo se fare o meno qualcosa, se crederci o no. Noi così senza appigli. Così senza ganci.
Ricordo ancora la borsa che indossavo quel giorno. Era bella. Colorata. Di una me bizzarra, io, vestita sempre di nero. Ero contenta di metterci i miei sogni. Ma non sapevo se avessi potuto avere una prospettiva che si proiettasse sul futuro e che mi consentisse di dare spazio e forma ai miei bisogni.
Così il mio family banker – si chiamano così i consulenti finanziari di Banca Mediolanum – vedendomi sospesa mi disse: “Lo sai cosa dice Ennio Doris?”
“No cosa?”.
“Che c’è anche domani”.
Ma qualche mese dopo arrivò il covid e io pensate feci in tempo a conoscere Pirovano. L’attuale presidente. E a parlarci assieme. Un uomo tutto d’un pezzo. Serio. Di ghiaccio. Aveva la mandibola che non la muoveva mai. Nemmeno quando parlava. Era marmoreo. Scultureo.
Quando Ennio Doris chiamò Luca Zaia per fare una grossa donazione per le terapie intensive in quel momento al collasso, mi venne un nodo in gola.
Ho sempre sentito parlare di Ennio Doris come una persona altruista. “L’altruismo è la miglior forma di egoismo”, diceva.
E conoscendo molti family bankers so che questo principio è stato preso appieno.
Le parole negative sono escluse dal vocabolario in Banca Mediolanum. Se tu entri in una filiale c’è voglia di fare, c’è entusiasmo, zero lamento, c’è anche da scherzare per non prendersi mai troppo sul serio. Se qualcuno sbaglia. Si va avanti. Perché a rimarcare sull’errore si fanno solo più danni. Rimanendo umili.
Perché questo era Ennio Doris. Umile. Lui cresciuto in assoluta povertà. Lui che andava a dare da mangiare alle mucche. Lui che da piccolo viveva con la sua famiglia in due stanze e la mattina si svegliava con i muri ghiacciati. Così la madre di buonora accendeva il fuoco e metteva i vestiti di Ennio per la scuola davanti alla brace.
Lui che aveva sempre lo stesso vestito perché la famiglia non se lo poteva permettere, lui che studiava come un matto, che metteva in pratica i principi del padre.
I suoi genitori gli avevano detto: “Qualunque cosa tu faccia, devi farla molto bene. Devi sempre dare il meglio di te”.
Quando il padre da piccolo ebbe mezzo sentore che Ennio avesse potuto anche solo pensare di avvicinarsi alla politica gli disse: “Figlio mio nella vita non guardare i “partiti”, guarda gli arrivati”.
Lui, veneto, robusto, fibra solida. Che delle parole come riconoscenza gratitudine, coraggio e orgoglio ne aveva fatto la sua bussola. Catapultato e proiettato in un mondo in cui prendono forma i sogni, senza perdere mai di vista le proprie radici. La propria cultura. Le proprie tradizioni.
Per lui Tombolo era il paese più bello del mondo. I suoi capisaldi erano: famiglia, onestà, trasparenza, libertà, centralità della persona.
Sua sorella lavorava 14 ore al giorno. Erano i tempi in cui la sua famiglia doveva contare anche le fette di formaggio.
Quando Ennio si diplomò entrò in banca. Non conosceva sabati domeniche, ferie, il suo viaggio di nozze lo fece partendo all’improssivo, non sapeva cosa volesse dire Ferragosto. I suoi sabato e le sue domeniche e le sue sere le passava in giro dai clienti, le prime consulenze a domicilio, a vedere di cosa avessero bisogno questi. Perché per lui prima veniva la persona, e poi il conto in banca. “Non erano anonimi numeri di conto su un tabulato di un computer – diceva – ma persone”.
E dietro quelle persone c’erano sogni. Desideri. Progetti.
Quando si era trovato a lavorare l’ultimo dell’anno era orgoglioso. Perché “lo stipendio era una benedizione”. Perché si sentiva fortunato. “Perché – diceva – eravamo orgogliosi del nostro lavoro. Della nostra professione. Ci sentivamo fortunati e lo eravamo davvero”.
Mica come oggi che ti chiedono di non lavorare il sabato. Mica come oggi che ti chiedono di non lavorare di domenica. Mica come oggi che ti chiedono di lavorare in nero o non lavorare perché così prendono i sussidi e il reddito di cittadinanza.
L’unico giorno che marinò il lavoro, dice Ennio, fu quando gli dissero che non avrebbe dovuto fare il servizio militare. Era contento perché così avrebbe potuto dedicarsi al suo lavoro.
Il primo viaggio con gli amici si concesse il lusso di un gelato pagato venti lire.
La sua prima busta paga fu di 47 mila lire.
Licenziato e poi riassunto perché la banca dove lavorava non voleva accollarsi la convalescenza.
Ecco chi era Ennio Doris.
Sorriso cordiale. Visionario.
Appassionato di ciclismo, lui sapeva benissimo cosa fossero le salite, le discese, le volate, “nella vita ci sono le estati gli inverni, la notte il giorno, momento di crisi e di serenità”.
Lui che a tutti, lì dentro, ha dato vita e motore, infondendo le capacità e caparbietà di andare avanti, sempre e comunque, di superare le paure, di non farsi scoraggiare dalle tempeste.
Ma di attraversarle.
Ecco chi era Ennio Doris.
Quando quel 30 maggio 1953 andò col padre a sentire la radiocronaca del Giro d’Italia al bar del paese. Lui tifava Coppi. Il ciclismo in Veneto ha sempre catalizzato tutti. Pure me che alle gare ci facevo la Miss.
“La radio tra un collegamento e l’altro – raccontava Doris – gracchiava. Quello che accadeva era lasciato all’immaginazione”.
Ma quel giorno.
Quel giorno il rivale di Coppi era Koblet. C’erano i passi da affrontare, Pordoi, Sella, quelli che ora i motociclisti fanno in moto.
Nella discesa tra le due cime, Koblet scatta e allunga. Ma sulla salita Coppi rimonta.
Sembrava fatta. Ma sulla strada verso Bolzano, Koblet rimonta e arriva con Coppi sul traguardo, mantenendo la maglia rosa.
Ennio Doris, allora bambino, era disperato.
Senza parole. Senza energia. Privo di qualsiasi entusiasmo.
Sulla strada lungo il ritorno il padre lo prende tra le braccia e gli dice: “Ennio ricordati che c’è anche domani. C’è anche domani”.
Che tanto ricorda quello che mio padre mi ripete sempre. Sarà un vezzo veneto. “Serenella hanno fatto Venezia in mezzo all’acqua”.
Il 31 maggio 1953 Coppi nella tappa Bolzano – Bormio, stacca Koblet e vola da solo verso il traguardo. Aveva compiuto il miracolo.
Quello diceva Doris, fu il suo più grande insegnamento di vita.
“A patto di essere pronti e preparati”, sì.
C’è sempre anche domani.
Il sogno non finisce oggi.

#sbetti

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