IN BALLO C’È LA DEMOCRAZIA. LA LIBERTÀ È UN DIRITTO INVIOLABILE, MA PER ESSERE LIBERI BISOGNA CONOSCERE

Sinceramente sono un po’ schifata dal fatto che quando siamo noi giornalisti ad aver bisogno di voce, non abbiamo voce nemmeno per noi stessi.
Venerdì scorso c’è stato lo sciopero della categoria per il rinnovo del contratto nazionale scaduto da dieci anni e per le condizioni di lavoro sempre più sfavorevoli e precarie.
Tra le peggiori in Europa.
Questa è la seconda giornata di sciopero. La terza è il 16 aprile.
In Italia il mondo del giornalismo, dell’informazione è ridotto così: contratti fermi, precariato usato in modo sistematico, costante, estenuante e snervante. Paghe da fame, zero garanzie e zero tutele.
Giornaloni che ricevono sovvenzioni e che non hanno problemi a pagare fior di quattrini i direttori, che pagano – e non sto scherzando – i collaboratori dieci euro a pezzo lordi.
Sono gli stessi che trattano il caso dei rider di Glovo come fosse l’orrore del secolo.
Ci sono giornali locali – ci ho lavorato, lo so, ci feci una battaglia a suo tempo, tanto che mi chiamò Report e venni licenziata in tronco con un contratto in essere – che pagano 4 euro a pezzo lordi.
Anche 2 euro e 50 centesimi, giuro non sto scherzando. Un collega l’altro giorno mi ha mandato una foto: in un quotidiano locale lombardo è arrivato a 1 euro a pezzo. Un euro. Mi ha mandato il tariffario: se l’articolo è inedito con foto, gli euro salgono a cinque. Ormai nemmeno ci fai colazione.
Ma quando per un pezzo pagano 5 euro, sapete una persona quanto deve lavorare?
Il nostro lavoro è anima, cuore, ascolto. È entrate dentro le storie fino a farci l’amore. Immergersi senza capire più chi sei. Devi andare dall’intervistato, ascoltarlo, capirlo, far tue quelle parole, tornare a casa, rifletterci, sbobinare l’intervista, scriverla. Quando leggete o guardate un servizio, dietro, per chi lo fa bene, ci sono ore di lavoro e notti insonni perse. O guadagnate dipende.
Ci sono quotidiani che pagano 15 euro a pezzo lordi. Pretendendo esclusive con accordi taciti. Perché in Italia funziona così. Se sei freelance e scrivi per uno, allora non puoi scrivere per l’altro. Gelosie, invidie, prime donne. E così il giornalismo va a farsi fottere.
Non conta più la qualità. Conta la quantità. L’importante è produrre, sempre, alla velocità dell’algoritmo, alla velocità dei like sui c**i dell’ultima influencer di turno. Redazioni decimate, giornalisti sottopagati. Chi ha un contratto lavora per uno stipendio minore rispetto a quello degli altri impiegati, con un contratto scaduto da dieci anni che non tiene conto dell’inflazione e ha perso gran parte del suo potere di acquisto. Nelle testate dove si punta a produrre e non a informare, i collaboratori sono oberati da richieste folli, pressione constante per produrre sempre e comunque, trasformando così l’informazione in una merce da rivendere al minor costo possibile. Un po’ come vendere un paio di mutande su Vinted.
Collaboratori pagati pochissimo, notizie brevi ( a volte manco verificate, per forza non c’è tempo, devi arrivare prima degli altri). È tutto veloce. Tutto immediato. Tutto fatto così alla caZo di cane. Giornalisti ridotti a robot, schiavi dell’algoritmo. Sì siamo schiavi dell’algoritmo anche noi come i rider. Notizie battute come se fossero bottiglie, tanto per l’online non c’è problema si corregge.
In alcune testate poi non si va più sul campo, basta farsi mandare una foto, un video su whatsapp.
In altre invece, dove ancora il giornalismo rimane aggrappato come le ultime foglie d’autunno, ci sono giornalisti che battono le suole delle scarpe a cui manco vengono dati i rimborsi spese.
In altre redazioni, invece, le notizie non ci sono. Se non l’ha battuto l’Ansa allora non vale, le verifiche, le fonti, le inchieste costano soldi e gli editori non se le possono permettere (dicono). Tanto ora va di moda il furto. Se tu pubblichi una notizia, un altro può tranquillamente riprenderla senza citarti, spacciandola per sua. Basta leggere il giornale la mattina, mandare l’inviato sul posto o copiare pari pari la notizia e il gioco è fatto. Il lavoro di alcuni giornalisti passacarte consiste nel leggere i giornali o i giornali degli altri e riprendere quello che viene scritto, cambiando le virgole e alcune parole. Approfondimenti nella maggior parte non se ne fanno più, inchieste alcuni non sanno nemmeno cosa siano.
Ma il nostro lavoro non è questo. Il nostro lavoro ha una funzione sociale, che è quella di informare tutti. Di denunciare le ingiustizie. Di dare voce a chi non ne ha. Di sollevare la polvere quando qualcuno vorrebbe metterci a tacere. È far andare di traverso la colazione a qualcuno. È fermare la prepotenza e l’arroganza dei potenti.
È servizio pubblico, è garantire il diritto costituzionale all’informazione, che prevede che la libertà sia un diritto inviolabile e per essere liberi bisogna conoscere. In ballo c’è la democrazia.
È democratico far sì che tutti possano conoscere. Quando ti dicono: “L’ho letto su Facebook”, forse non sapete che nei social le notizie non ci finiscono per opera dello spirito santo, non ci finiscono per opera dell’intelligenza artificiale. Le notizie che leggete nei social sono il frutto di lavoro di gente che si sbatte per sedici ore al giorno, che ha le fonti, che ha il coraggio di pubblicare quello che altrimenti alla maggior parte del Paese non è dato sapere. È il frutto di lavoro di gente sottopagata, cronisti sconosciuti, che si fanno il mazzo tanto. È il frutto di gente che consuma le suole delle scarpe, che batte i corridoi dei tribunali, delle procure, che sta in mezzo alle persone, che si infanga le mani andando a scovare storie che altrimenti nessuno conoscerebbe. È il frutto di gente che non conosce Natali Capodanni vacanze sabati domeniche.
Ma per esercitare pienamente la libera informazione un giornalista deve essere libero. Libero di poter fare inchieste, libero di poterle pubblicare – siamo il Paese con il più alto numero di querele in Europa) – deve avere una retribuzione adeguata, uno stipendio dignitoso, un inquadramento che non sia sempre perennemente precario.
Perché vedete lo sciopero dei giornalisti, non riguarda solo i giornalisti, non è una roba di categoria. Riguarda anche voi stessi. Se non c’è qualcuno che vi informa correttamente, che ha il coraggio di pubblicare cose sgradite (vedi il Fatto con il caso Delmastro), c’è sempre qualcuno che vi intorta come vuole, qualcuno che promuove le interviste senza contraddittorio facendo marchette.
Ma a quel punto non si chiama più giornalismo, si chiama pubblicità. Sta a voi decidere se volete essere informati, o trattati da stupidi.

sbetti


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