Ieri ho partecipato all’incontro organizzato da Ossigeno per l’informazione. Un osservatorio nato nel 2008 per documentare e analizzare il crescendo di intimidazioni e minacce nei confronti dei giornalisti italiani. 

Mi hanno invitata qualche settimana fa, dopo l’aggressione subita a Padova, e dopo aver letto il mio post su Facebook dove scorata quella notte riversavo tutta la mia tristezza e frustrazione. Un lavoro sempre più difficile il nostro. E dato che nessuno parla di noi – nemmeno noi che ci occupiamo delle disgrazie e delle ingiustizie degli altri – è arrivato il momento che qualcuno ne parli. 

Questo lavoro mi ha scelta un giorno di tredici anni fa, quando ancora non sapevo che fare della mia vita, e io ora lo scelgo ogni giorno. Scelgo questo lavoro per dare voce a chi non ne ha. Ma ora. 

Ora siamo noi che non abbiamo voce. 

Contratti fermi dal 2016. Paghe da fame. Nessuna garanzia. Né tutela. Chi fa inchieste, fa il freelance. Non conosce ferie. Malattia. Riposi. Non ci sono sabati e domeniche come mi è capitato ultimamente di sentire dire. E poi ancora minacce. Querele. Intimidazioni da parte di chi dovrebbe garantire la democrazia e invece usa gli scranni del potere per abusarne. Aggressioni. Aumento delle violenze. Automaticamente se sei un giornalista diventi un bersaglio. Se sei donna poi non ne parliamo. Offese. Insulti. Accuse infondate. Se fai “carriera” sei sicuramente andata a letto con qualcuno. 

In Italia ci sono giornalisti che vengono minacciati costantemente. Che si trovano buste di proiettili. Giornalisti licenziati per domande scomode. È accaduto, l’abbiamo visto. Gabriele Nunziati, ex collaboratore di Agenzia Nova, aveva chiesto alla Commissione UE se Israele dovesse finanziare la ricostruzione di Gaza. 

Ci sono giornalisti che ancora i giornalisti li sanno fare che per il fatto di fare inchieste su ritrovano le bombe sotto casa. Abbiamo visto anche questo. Sigfrido Ranucci. Era ottobre scorso. 

Ci sono giornalisti spiati. Controllati. Finiti nel mirino di chi i giornalisti li vorrebbe far fuori. Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino di FanPage. Del resto se andiamo a braccetto con Trump, che ai giornalisti vorrebbe sparare, non ci sono buone prospettive. Ci sono redazioni prese di mira, messe a soqquadro. Anche questo è accaduto in Italia. Era novembre scorso quando la redazione del quotidiano La Stampa venne assaltata da un gruppo di facinorosi. 

Ci sono giornalisti – tra cui la sottoscritta- che per inseguire alcuni ideali, principi, valori, per non piegarsi ai diktat del potere facendo marchette sui parlamentari che portano a passeggio il cane, ce ne rimettono. Vengono tacciati di opportunismo. Di essere dei venduti. Dei corrotti. Di fare i servi. Di essere a libro paga degli editori. Oh no. No. 

Io vi assicuro che ci ho rimesso molto. E ogni giorno pago il pegno di non far parte dei lacchè al servizio dei potenti. Perché poi ci sono anche le ritorsioni. Quelli che in qualche modo te la fanno pagare. Quelli che siccome sei scomoda allora ti mettono in panchina. Ci sono anche “colleghi” che minacciano di farti perdere il posto di lavoro perché “parli male” del potente di turno. In un clima così, credetemi è molto molto dura fare il nostro lavoro. Fare i giornalisti. Quelli veri per lo meno. E non quelli che si limitano a eseguire gli ordini. 

Il giornalista vero è quello che ha il coraggio di fare domande scomode. Di far andare di traverso la colazione a qualcuno. Di denunciare. Di alzare la voce se le cose non vanno come dovrebbero andare. Di sollevare la polvere, di scoperchiare ingiustizie. Soprusi. Giochi sporchi. È colui che ha il coraggio di fare quello che ha fatto Alberto Nerazzini con l’inchiesta pubblicata sul Fatto Quotidiano e che condurrà alle dimissioni di Delmastro. Non è colui che si limita a ricopiare il comunicato stampa. I pezzi già pronti. Non è colui che copia i pezzi degli altri. Non è colui che fa le interviste con le domande pronte, preparate, confezionate. Non è colui che unisce i puntini come vuole l’editore. 

Quando attaccate i giornalisti – quelli veri – chiedetevi se veramente volete una società che mette il bavaglio ai giornalisti scomodi, che fa saltar per aria le auto di chi fa inchieste, che assalta le redazioni; che licenzia chi fa domande scomode, chi ha il coraggio di ribellarsi, di dire no, io non ci sto. Perché quando attaccate la stampa, in realtà state attaccando voi stessi. State dicendo che alle verità preferite le menzogne. E questo alla lunga può costare caro. Molto caro. 

#sbetti 


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