Ai miei tempi non c’erano i coltelli. Era l’inizio dell’anno. L’inizio della scuola. Prima media. Già mi avevano detto di stare attenta a quel gruppo di buli, tutti vestiti di nero, della terza E. C’erano ragazzi bocciati tre, quattro, cinque volte. Ragazzi a cui la vita aveva riconcesso gli stessi gironi d’inferno. Qualcuno aveva 18 anni. E per fare tre anni, ce ne aveva messi otto. La mattina quando si arrivava a scuola col pullman c’era il rito del “giro”. Si lasciava la cartella davanti l’ingresso, si usciva dal cancello e si percorreva a piedi il perimetro che andava dalla scuola, alla piazzetta sul retro, al comune, passando per i parchetti, per poi tornare indietro. Era un rito. Immancabile. A seconda dell’orario di arrivo dell’autobus – a volte arrivava un quarto d’ora prima, a volte dieci minuti, a volte cinque – potevi fare dai due ai tre giri. Ed erano propizi. Propiziatori. Promettevano bene perché agivano sull’inizio della giornata. Sulla piazzetta dietro la scuola c’era un bar. E vendeva delle caramelle. Buone. Gommose. L’usanza era quella di prenderne un sacchetto e mangiarlo durante la mattinata. Mi dissero che questo gruppo di buli però, prendeva di mira i più piccoli – noi, quelli di prima – e intimasse loro di consegnare i sacchetti. I più piccoli per paura cedevano quasi sempre.
Una mattina mi si avvicina uno di questi e con gli occhiali da sole sugli occhi, la gomma appiccicata alla lingua in stile attore di Brooklyn, mi indica il sacchetto che avevo in mano. Con il dito mi fa segno di consegnarglielo. Io gli dico di no. Accelero e me ne vado. Il secondo giorno stessa scena. E il terzo anche. Ormai mi aveva presa di mira. Una mattina, stanca di lui che continuamente mi chiedesse il sacchetto, fui abbastanza diretta. Mi misi a urlare, di modo che potessero sentirmi tutti e gli dissi che “le caramelle poteva attaccarsele nel c*o. E che piuttosto che darle a lui, le avrei gettate nel cesso”. I miei compagni rimasero pietrificati. Una mia amica mi prese per il cappuccio della felpa e mi disse: “Ma sei matta! Ma sai chi è quello? Ce li ritroviamo in pullman poi”. Infatti. Faceva il viaggio con noi. Ma a me poco interessava. Quando quel giorno uscimmo da scuola, salii sull’autobus che mi avrebbe riportato a casa. Mi sedetti sui posti dietro – anche se erano riservati ai “grandi” – lui mi disse che lì non ci potevo stare e io gli dissi che stavo dove mi pare. Lui prese l’accendino che aveva dentro la tasca dei jeans e per poco non mi dà fuoco ai capelli. Ce li avevo lunghi, lunghissimi fino al sedere. Neri. Dovette intervenire l’autista, altrimenti non so come sarebbe andata a finire. Quando c’erano i buli ai miei tempi, c’era chi soccombeva, ma c’era anche chi aveva coraggio e grazie a quel coraggio evitava che altri compagni venissero sottomessi. Erano gli stessi insegnanti a dirci: “Se qualcuno vi dice qualcosa di male, se vi fa richieste strane, ce lo dovete dire. Se vi chiudono nel bagno – all’epoca si faceva anche quello – ce lo dovete segnalare”. Quando qualcuno veniva beccato, quando qualcuno veniva scoperto con la merenda rubata al compagno dentro lo zaino, veniva preso, portato dal preside e sospeso. C’era il terrore del preside. Le sospensioni all’epoca erano roba seria.
Ora invece sono gli stessi professori – come mi è capitato di sentire in qualche inchiesta che ho fatto sulle famose baby gang – che dicono ai ragazzi che sarebbe meglio tacere. Una cosa confermata anche dagli studenti dell’istituto de La Spezia dove venerdì scorso Abanoub Ana Youssef è stato ammazzato da un suo compagno, Zouhair Atif. Gli studenti, che da giorni si rifiutano di entrare in classe, hanno detto che i professori sapevano e non hanno fatto niente per evitare la tragedia. Quindi cosa facciamo? Soccombiamo dinanzi alla paura? Facciamo andare a scuola i nostri figli con il rischio che vivano nel terrore o con il rischio di prendersi una coltellata? Il dialogo lo si può costruire quando si disarmano questi ragazzi. Perché quando si arrivano a usare le armi, ormai è già troppo tardi.

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