Venerdì scorso c’è stato lo sciopero nazionale giornalisti. Faccio questo mestiere da 12 anni, e in soli 12 anni, ho fatto in tempo a vivere un licenziamento perché scrivevo il mio pensiero su Facebook, una sospensione da parte dell’Ordine, oltre a innumerevoli denunce, querele temerarie, segnalazioni, minacce, e anche ahimè procedimenti penali.
In dodici anni di professione ho fatto in tempo a vedere il bello e il marcio di questo lavoro. Quello che nessuno direbbe. Ho iniziato a far la giornalista con ancora il taccuino in mano. Scrivevo i primi pezzi sui quotidiani locali per 8, 10, 15 euro. Li scrivevo al bar, sul marciapiede, in auto senza riscaldamento, fuori al freddo, quando faceva buio e dovevi mandare il pezzo. Li scrivevo dagli autogrill, dai rifugi in montagna dove internet non prendeva e dovevi correre, spostarti con la macchina. A tue spese ovviamente. Li ho scritti nei posti più impensabili. Spersa nel nulla. Leggerla così è tutto molto romantico, è tutto molto figo se fai il giornalista e ti piace scrivere ovunque capita (come la sottoscritta), ma farlo comporta un grande sacrificio. Anche perché un giornalista non ha una vita “normale”, quando gli altri cenano, lui è lì che scrive, monta, gira. I primi anni per fare la giornalista, facevo tre lavori, lavoravo come cameriera, facevo ripetizioni, e il tempo che mi rimaneva lo macinavo a cercare notizie. Quando denunciai sui social che per alcuni pezzi in alcuni quotidiani locali venivo pagata 4 euro lordi, il quotidiano locale con cui collaboravo – con un contratto – mi licenziò per telefono dalla sera alla mattina. Non scrivere il tuo pensiero su Facebook mi avevano detto, ma io non cedetti. Ricordo che per aver denunciato i compensi bassi dei collaboratori, mi chiamò anche Report. Molti colleghi mi espressero la loro solidarietà. Molti mi dissero che avevo ragione, ma ero da sola, perché nessuno si esponeva. Ricordo che qualcuno mi disse anche: “Non ti metto il like su Facebook altrimenti i miei capi vedono”.
Ho vissuto l’arrivo di internet sulla mia pelle. Quando già con il web, arrivavi sul luogo dell’incidente perché la redazione voleva avere la testina della foto del morto da mettere prima in internet. Quello attira like. Quello attira followers. Per non parlare poi della velocità con cui dovevi cercare le notizie. L’importante era arrivare prima, prima degli altri.
Quando l’Ordine regionale del Veneto voleva sospendermi per nove mesi, per aver dato retta a dei miei capi di un quotidiano locale di riportare le parole di un minore, lanciai un appello. Come mangia una persona per 9 mesi? Una persona a cui togli il lavoro per 9 mesi come campa? Sospendete me che ho solo eseguito un ordine? E lasciate intatti quei capi che l’ordine me l’hanno dato? Forti con i deboli, deboli con i forti. Poi i mesi di sospensione furono due e vi assicuro che non sono stati semplici. Non tanto per il lato economico, quanto soprattutto per quello morale. Quando espressi le mie perplessità a Vittorio Feltri – all’epoca collaboravo con Libero – lui stesso mi disse che questo mestiere ormai era fatto di “poveracci incapaci di scrivere un telegramma che tirano a campare”. Molto vero. Nessun sindacato in quell’occasione mi diede una mano. Ho visto giornalisti eseguire gli ordini. Far finta di niente. Assecondare i diktat del potere. Voltarsi dall’altra dinanzi alle ingiustizie perché “questo è meglio che non lo diciamo”. Quando sono stata nuovamente sospesa da un direttore di area centrodestra, per non fare nomi Mario Sechi, per aver scritto un pezzo sull’inchiesta che coinvolgeva Luigi Brugnaro, quando sono stata umiliata e censurata, me ne sono andata. Poi le etichette addossate dalle persone. Se scrivi sui quotidiani di una certa area allora sei quella di destra. Se fai una domanda scomoda al politico della maggioranza, allora automaticamente stai dall’altra parte. Non capendo che un giornalista nasce per far andare storta la colazione a qualcuno, altrimenti non è un giornalista. Fa il calabraghe. E si presta a scrivere quello che gli viene detto. In questo Paese sembra sia impossibile esprimere una propria opinione. Per aver denunciato sui social, il trattamento che ricevette mia madre in un pronto soccorso veneziano, l’Ulss veneziana mi ha segnalato perché avrei inneggiato alla violenza contro gli operatori sanitari. Io? Alla violenza? Da non credere. Mia madre quella notte venne rispedita a casa e vomitava sangue. Ma di che parliamo? Ho fatto quello che un giornalista dovrebbe fare: denunciare con i mezzi che abbiamo. Senza farsi intimidire.
Ma conosco colleghi giovani, dei quotidiani locali, che ancora scrivono pezzi a 8 euro. Quattro euro lordi. Cosa vuoi difenderti con 8 euro lordi. Manco i soldi per cambiarti i calzini. Se fai un’intervista ti parte via tutta la giornata. Devi intervistare, registrare, riascoltare il tutto, condensare, scrivere. Se vuoi fare un’inchiesta seria ci vogliono tempo, soldi, risorse, pazienza. Quella che il mondo dei social non ha.
Il contratto nazionale dei giornalisti non viene rinnovato dal 2016. I minimi retributivi sono scesi del 20%. e in dieci anni nonostante le sovvenzioni pubbliche, si è puntato a ridurre gli organici nelle redazioni, far macinare a uno il lavoro di tre, togliere i correttori di bozze, licenziare i tipografi, ridurre le retribuzioni, e poi stati di crisi, licenziamenti, casse integrazioni. Ormai i giornalisti assunti sono pochi, ma è aumentato il numero di collaboratori, di precari, di gente che ha la partita iva, ma lavora come dipendente. La velocità della notizia, i titoli acchiappalike, le notizie spettacolo, il gossip, hanno condotto questo mestiere a inseguire qualcosa che per la sua stessa sorte è evanescente.
I giornalisti che fanno inchieste, approfondimenti, che cercano qualcosa che vada oltre il mainstream, e con i quali ora sono felice di collaborare, sono molto pochi. Perché se sei indipendente, se vai contro il sistema, automaticamente sei scomodo. L’ impossibilità a difendersi, a meno che tu non abbia dietro una testata forte, crea poi quel clima di paura che conduce questo mestiere a infilare la lingua nelle terga del politico di turno e fare il bassotto da salotto più che il cane da guardia del potere.
Purtroppo una stampa libera fa paura, ma solo se è libera, ha ancora un senso.

sbetti


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