L’altro giorno ho assistito a una scena che mi ha fatto rivoltare il sangue. Ero in un bar. Orario aperitivo. Profondo Veneto. Sono lì che converso con alcune persone quando a un certo punto i cocci di un vetro che si infrange, interrompono il nostro disquisire. Mi volto. Un anziano signore, seduto al tavolino del bar con il figlio, aveva fatto cadere il bicchiere. Nel tentativo di alzarsi, era scivolato. Per appoggiarsi si era sorretto con la mano sul tavolo, e il bicchiere era caduto.
Il figlio, un cafone patentato – avete presente quelli cagacazzi che si danno un tono – vestito di tutto punto, sulla cinquantina, ha iniziato a inveire contro il padre. In dialetto ovviamente, giusto per farsi sempre riconoscere. “Stupido. Ti ho detto che dovevi stare fermo. Nemmeno ci vedi. Dove vuoi andare? Non vedi cosa hai fatto? Ti ho detto di stare fermo. Non capisci niente”.
Ma urlava che pareva un forsennato. La gente guardava sbigottita la scena e nessuno interveniva.
Nemmeno una delle tre cameriere che erano lì si sono avvicinate a quel vecchietto malconcio: “Non si preoccupi stia tranquillo, non è successo niente”. Niente. Zero. Anche loro guardavano dal bancone.
Nel frattempo il vecchietto si era alzato. Stava ritto in piedi davanti a quel tavolo. Con quello sguardo fisso nel vuoto, che si vergognava tanto, e quasi gli ci veniva da piangere. Il figlio continuava a urlare.
Al che al sessantesimo secondo di insulti e improprie, non ci ho più visto e sono intervenuta. Ho cercato di tranquillizzare il vecchietto e ho detto al figlio che era un grandissimo cafone e maleducato perché alla fine non era successo niente e non si tratta così un padre per un bicchiere rotto. Il figlio ha iniziato a blaterare qualcosa, che anche a casa fa così, che non sta fermo, eccetera eccetera. Poi ha preso il padre e se n’è andato.
Una donna mi ha ringraziato perché mi ha detto che lei non avrebbe mai avuto il coraggio.
Nessuno dei presenti, infatti, ce ne fosse stato uno, dico cazzo uno, che avesse provato a dire qualcosa. Niente. Zero assoluto.
Ora questa immagine è l’esatto specchio della nostra società.
La cattiveria. La prevaricazione. Forti con i deboli e deboli con i forti. L’ingratitudine anche per il solo fatto che tuo padre ti ha messo al mondo.
Ma soprattutto l’indifferenza della gente. Il menefreghismo. L’insensibilità. Tanti leoni da tastiera, e poi nel mondo reale se la fanno sotto.
Tutti lì col sorriso da ebete e nessuno che abbia detto una parola. Nemmeno chi in quel momento aveva titolo per parlare – ossia le cameriere, il gestore del locale – ha provato a intervenire. No.
Molto meglio stare zitti. Molto meglio voltarsi dall’altra parte. Molto meglio pensare che tanto non è affar mio, la cosa non mi riguarda, e quindi “ma chi me lo fa fare a mettermi in mezzo?”. Meglio continuare a bere lo spritz e affogarsi nella vita più mediocre.
Una cosa questa che mi fa indignare e a cui non riesco a resistere. La conigliaggine. Lo struzzismo. La paraculaggine. Ce ne sono di paraculi eh. Come se ce ne sono. Ne incontrerete a migliaia davanti agli ostacoli che ti pone la vita. Le più grandi battaglie, le lotte, le affronterete da soli, perché tutti ti diranno: “brava”. “Ma sai io è meglio se non mi espongo”. Molluschi invertebrati senza palle che nuotano tutti nella stessa direzione.
Dalla parte opposta delle ingiustizie. Meglio non vederle.
Ma non lo vedete il mondo come è preso?
Non lo vedete? Sono tutti lì. Cinici. Spregiudicati. Filibustieri. Non pensano che al proprio orto. Al proprio orticello. Ai propri interessi.
Tutti impegnati a difendere la loro immagine, il loro potere, perché altrimenti “chissà cosa pensano gli altri”. La gente non ha più coraggio di intervenire, di affrontare il mondo anche a brutto muso se serve. Non ha più coraggio di prendere una posizione. Di lottare per i più deboli. No. Il mondo va avanti in senso contrario perché ci sono quelli che leccano il culo ai più forti. Si lavano la bocca con il loro essere neutrali, quando la neutralità favorisce solo il potere.
E questi che magari trattano male i loro padri, sono quelli che poi sul posto di lavoro se il datore li richiama scodinzolano come conigli, come leccapiedi. Lacchè al servizio dei potenti. O sono quelli che faranno i forti quando gli si presenterà l’occasione.
Quegli esseri così vuoti ma pieni di sé che fanno le cose per apparire, per praticare l’arte del lecchinamento che è diventata la più nobile nel mondo dei molluschi rammolliti.
Tanto siccome non è capitato a me, non me ne frega niente. Tanto siccome non è successo a me, allora preferisco starne fuori. Avere una vita comoda.
“Mettiti nella mia posizione”, ti rispondono gli struzzi. Le amebe. A me questa roba fa schifo. Io ho allontanato gli struzzi da un pezzo. Un giorno dalla parte di quel vecchietto, potreste esserci voi. E non ci sarà nessuno a difendervi.

Sbetti


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