Salgo sul treno per Milano e c’è il riscaldamento acceso. È il 14 settembre penso, se iniziamo già con i caloriferi accesi, a dicembre che facciamo?
Ma dopo un po’. Dopo un po’ il riscaldamento si spegne. E improvvisamente parte l’aria condizionata. Per fortuna ho il difetto di vestirmi a strati – in gergo direbbero a cipolla – e quindi togli la maglia, metti la maglia, togli la felpa, metti la felpa. Il treno porta 20 minuti di ritardo. Strano penso. Di solito i minuti sono 50, 70, 100. Ho visto treni in ritardo di 300 minuti.
A proposito come è andato a finire quel mio rimborso per quel treno verso Roma in ritardo di due ore? Che mi hanno dato un quarto del biglietto, la bellezza di 11 euro e 75 centesimi, una presa per il culo, perché nel calcolare il ritardo si son fermati a 119 minuti. Non 120 e quindi il rimborso non è dovuto tutto. “Le comunichiamo di aver provveduto all’indennizzo per un importo pari ad euro: 11,75 – ti scrivono – Tale importo è stato determinato ai sensi delle Condizioni Generali di Trasporto: 25% del prezzo del biglietto per ritardi compresi tra i 60 e i 119 minuti”.
Peccato che i 119 minuti non sono mai 119 e quel minuto lì per arrivare a 200 – pardon 120 – non capisco dove possano esserselo messo.
Bell’affare penso. Con 11 euro su un treno a malapena ci compro un toast e un pacchetto di gallette. Ma detto ciò. Detto ciò arrivo a Milano ed è un bordello generale. Di sabato mai vista così tanta gente in stazione. Tutti stretti. Vicini. Vicini. Appollaiati accanto ai binari. Gente seduta. Sdraiata a terra. C’era pure chi intralciava il passaggio stampandosi un bacio in bocca. Mi chiedo sempre perché non possano uscire. Di solito c’è sì gente in stazione a Milano ma riesci a passare, a farti i cazzi tuoi, ad accenderti una sigaretta appena scendi. Ma ieri no. Ieri la gente ti veniva addosso che pareva di essere su quella giostra dove ti infili dentro un tunnel con dei sacchi appesi al soffitto e questi cominciano a sbatterti addosso. Pareva l’uscita di un concerto quando tutti se ne vanno allo stesso istante. E così la gente inizia a venirti addosso. A sbatterti contro. A calpestarti. Ad alitarti in muso. Che brutte immagini. Esco dalla stazione centrale. Mi faccio largo tra tossici e spacciatori e salgo in auto.
L’auto mi conduce dritta fino in Piemonte. Devo andare a Novara a fare un servizio. Attraverso il Ticino. E lì lo spettacolo cambia. Il cielo grigio di Milano e di Padova aveva lasciato spazio a un cielo azzurro. Non ho mai capito perché in Piemonte c’è questo cielo chiaro limpido cristallino che sa di genuino. Ci ero stata quella volta ad Alba a intervistare il gioielliere e appena arrivati su in paese, lo spettacolo era a dir poco sorprendente. La nebbia era rimasta giù in basso. E noi saliti su oltre le nuvole. Ad assaporare quest’aria cristallina che sapeva di alta montagna. Il cielo poi era di un limpido che pareva uno specchio dipinto d’azzurro. L’aria era fresca. Non inquinata. Ieri all’ombra faceva freddo. Al sole faceva caldo. Ma l’aria. L’aria era un soffio di vento secco pungente mordace. Puro. I piemontesi poi. Non ho capito perché son tutti così gentili. Ogni volta che vengo in Piemonte trovo una gentilezza che non incontro in altre parti d’ Italia. Mi era accaduto quando ero stata a Torino anni fa. Ricordo ancora quella tavolata apparecchiata di signorotte con i cucchiaini da dessert. E quella ragazza che mi ospitò a casa. E quell’altra che mi offrì un passaggio. Anche ad Asti sono gentili. O sul lago Maggiore. Sulle isole. O a Novara. Qui ho incontrato una signora che pareva anche avesse paura di parlare. Timida. Gentile. Mai inopportuna. Cordiale nei gesti e nelle parole.
Si è fatto tardi. Cerchiamo un posto dove mangiare. Entriamo in un locale: “Ci dispiace oggi siamo aperti ma abbiamo due eventi, quindi è come se fossimo chiusi”. “La prego qualcosa al volo. Siamo una troupe televisiva”. “Dai venite con me. Sedetevi qui che vi preparo un hamburger”.

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