Gli hanno affondato sul corpo 25 coltellate. Venticinque. Gli hanno sputato addosso. Gli hanno spento una sigaretta sul viso. Poi hanno preso e se ne sono andati al mare, scattandosi pure un selfie.
Quando gli inquirenti sono arrivati, hanno detto che non hanno mai visto niente di simile.
Che è uno dei delitti più atroci degli ultimi anni qui.
Che il viso del ragazzo era una maschera di sangue, irriconoscibile.
Ormai sono giorni che si parla di questo atroce delitto e il movente, il movente Dio mio, è roba di poco conto. Roba spicciola, roba spiccia di quelle ti fanno effetto subito e poi ne pretendi ancora e ancora e ancora, un debito di 200, 250 euro, chi può dirlo, per hashish, hanno detto.
Thomas aveva 16 anni, la vita davanti diranno, quelle solite cose che si scrivono per riempire le righe, quelle solite cose che si sanno ed è stato ammazzato da due coetanei. Non proprio figli di abietti, di degradati, erano figli di avvocato e di carabiniere.
Ma. Ma domenica pomeriggio, Thomas, l’hanno aspettato nel parco Baden Powell di Pescara, divenuto l’antologia con la copertina nera di questa orrenda mattanza, lo hanno condotto dietro una siepe – dalle immagini di video sorveglianza si vede uno dei ragazzini addirittura mettergli una mano, la destra, attorno alla spalla – e qui l’hanno pugnalato, sputato, bruciato con la sigaretta e finito. L’hanno lasciato lì a morire dissanguandosi, senza lasciargli una possibilità di scampo, una possibilità di salvarsi, una possibilità che fosse anche l’ultima di rimanere aggrappato alla vita.
Più scrivo queste cose, più mi chiedo come possa accadere e la risposta, ma preferirei non averne, la risposta che mi balza alla mente, annusando il comune sentire, stando in mezzo alla gente, respirandone l’aria, confondendomi con le persone, e con i ragazzi – in mezzo alle baby gang ci sono stata – è che tutto questo sia normale. È normale prendere e aggredire qualcuno per strada, è normale deriderlo, è normale prenderlo in giro se per caso non ti somiglia, è diverso, è diventato normale fare tutto, anche imporsi sugli altri per esercitare il diritto a esprimere il proprio cazzo di pensiero. La spavalderia, l’arroganza, l’imporsi sugli altri, tutti frutti di una società completamente ammalata e malata. Patologica. È diventato normale picchiare qualcuno, fare a botte, scendere in strada originando risse – chi non le ha viste le risse – solo che adesso, adesso non è la rissa fine a se stessa, adesso la rissa è fatta a posta per far del male, la violenza scoppia tra i giovani come quando in un videogioco fai saltar per aria qualche obiettivo. Peccato che la vita non sia un videogame. Non sia un film. Le coltellate fanno male per davvero. Ammazzano, uccidono, feriscono quando ti va bene. Il sangue sgorga davvero dal corpo. Alla prima coltellata il sangue colpisce, balza, guizza, schizza via. Non è acqua minerale, e in molti casi la ferita non la puoi rimarginare, continua a sanguinare fino a che non scorre più. Le cose più sconcertanti di questa vicenda, che non è isolata, sono la totale indifferenza e la capacità di continuare la propria vita, dopo averla tolta a una persona, così come se niente fosse. Come se la vita scorresse su uno schermo di qualche telefono, dove tu sei dentro ma sei anche fuori e non riesci più a distinguere il vero dal falso, il bene dal male. Una roba abominevole con la più totale assenza di empatia, dove la fiction supera la realtà, dove i like contano più delle sigarette fumate in compagnia sopra le murette, dove gli amici su Facebook contano di più di quelli veri, dove puoi anche ammazzare qualcuno tanto l’altro è solo un bersaglio. Credetemi, ci vuole più coraggio ad avere rispetto.

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