
Oggi mentre il cielo si faceva sempre più grigio ascoltavo una canzone. È una ballata russa ebraica. Che mi ricorda quando facevo danza.
Finita poi con l’essere la colonna sonora di uno dei miei film preferiti. Roberto Faenza del 2002 in “Prendimi l’anima”.
L’amore. L’angoscia. La guerra. La pazzia. La disperazione. Il sesso. Le grida. La rabbia. L’ira. Il dolore. La gioia. La ribellione.
La ballata fa così. Tumbalalaika, il cui titolo significa “Il suono della Balalaika”. “Fanciulla, dimmi di nuovo cosa può crescere senza pioggia?”.
Così mentre ascoltavo questa canzone che si confondeva con il soffio del vento, parlavo al telefono con una ragazza. Ha 19 anni. E sta a Kiev. Il primo giorno che è scoppiata la guerra lei ha raccolto tutti i suoi abitanti. Amici. Compagni di corso. Parenti. Conoscenti. Li ha portati dentro a un bunker e ha dato loro le direttive. Qui sotto con le mani indaffarate, speranzose, incapaci di tacere e stare zitte, si sono messi a costruire giubbotti antiproiettile.
Ci stanno donne, sarte di professione, bambini, tutti uniti per prepararsi all’avanzata dei Russi.
“Oggi è il settimo giorno di ostilità”, mi dice Polina.
Prima del 24 febbraio studiava all’università. Poi il “Governo ha bloccato gli studi. Perché è troppo pericoloso”.
“I russi stanno uccidendo i civili, sparando ai bambini, agli ospedali e alle scuole. Crediamo nel nostro esercito ucraino e aiutiamo in ogni modo possibile. Cuciamo giubbotti antiproiettile. Abbiamo tagliato il tessuto di diverse tonalità di verde poi legarlo alla rete”.
Mi fa vedere le foto. I giubbotti incollati. Le pezze. I canti degli ucraini. “Le ragazze di Novomoskovsk che hanno cose inutili colore grigio oliva o marrone, sono pregate di prepararle per la tessitura delle reti. Misura 5 x 30 centimetri”.
Sì ma la parte antiproiettile come la fate? La protezione? Ci metto un po’ a farmi capire.
“Ah ok. Ok. We use a metal plate, hardened metal, something we buy, something people carry… “
“Usiamo una piastra di metallo, metallo indurito, qualcosa compriamo, qualcosa la gente ci porta, usiamo anche tende turistiche fatte di tela cerata”.
Quando finiamo di parlare, la canzone nel frattempo era ripartita. Una volta. Due. Tre. Quattro.
E glielo chiede un’altra volta. “Ragazza, ragazza, voglio chiederti. Cos’è che può crescere, crescere senza pioggia ?”.
“Un sasso può crescere, crescere senza pioggia. L’amore può bruciare senza fine. Un cuore può agognare, agognare senza lacrime”.
Mi chiedo come siamo arrivati a tutto questo.
#sbetti



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