Ho sempre avuto una certa ammirazione nei confronti di chi rimane dietro le quinte e non fa nulla per apparire.
Mi piace andare a scovare personaggi improbabili, strade mia percorse e storie sconosciute; perché come sempre dietro le più grandi tragedie o disgrazie ci sono sempre quelli che lavorano dietro i palcoscenici senza tanti fronzoli.
Non tollero molto i convinti.
Quelli che pur essendo imbarazzanti solo a vederli, riempiono social di tanti IO repressi, sconnessi, e tante imprese solo per soddisfare il loro ego su cui quella volta non hanno di certo lesinato.
Gente che sembra debba risollevare il mondo.
Ma questo soldato, rimasto sconosciuto, di cui ci ha parlato Fausto Biloslavo ieri sul Giornale, di certo la nostra più grande ammirazione la merita tutta.
Lui è Chris Donahue, comandante della leggendaria 82a divisione aviotrasportata. È stato l’ultimo soldato Usa a imbarcarsi sull’ultimo volo dall’Afghanistan. Un minuto prima della mezzanotte del 1 settembre scorso. Ora locale.
Questa foto, così spettrale, così metallica, così sincera, così sinistra, verde e nera, così lunare e notturna è destinata a entrare nella storia.
Un po’ come quella della bambina col cappottino rosso di Biloslavo a Kabul.
Questa foto di lui in tuta mimetica col fucile in mano che cammina verso l’aereo che lo riporterà a “casa” è l’immagine di una guerra durata vent’anni, diffusa dal Pentagono poche ore dopo la conclusione della missione. Un’altra disfatta. Sembra il ritiro dell’Armata rossa nel 1989.
È stata con un dispositivo per la visione notturna da un finestrino laterale dell’aereo da trasporto C-17 su cui lui si stava imbarcando, lì su quella pista dell’aeroporto di Karzai.
Non è un’immagine gloriosa.
Anche se lui ha il volto fermo.
È l’immagine di una sconfitta. Quella che testimonia i migliaia di soldati che della missione in Afghanistan ne avevano fatto la loro vita. Quella che testimonia chi lavora dai ranghi, quelli più bassi, senza chiedere ad altri quello che possono fare essi stessi. Esprime la perseveranza, la vita da trincea, l’affidabilità di chi non appare ma fa di tutto per salvare le vite degli altri. Ce l’ha insegnato il covid.
Quanti medici in trincea a cui non hanno riservato nemmeno un grazie.
Questo uomo diplomato all’accademia militare di West Point, ha partecipato a 17 missioni internazionali. Dall’Est Europa al Medio Oriente, dal Pacifico al continente africano. Era assistente del comando centrale del Pentagono a Washington quando scoppiò l’Apocalisse delle Torri Gemelle. È stato tra i primi a partire per l’Afghanistan, fino all’incarico di tre settimane fa di coordinare le operazioni di evacuazione e il ritiro delle truppe.
Lui fa parte di quella schiera di uomini che quando vai in giro e conosci ti chiedi quando grande è il mondo per restarsene a casa e pensare esclusivamente al proprio orto.
Fa parte di quella schiera di uomini che ti fanno capire che la gente fuori lavora, si dà da fare, non sta nelle fogne del web a infangare il lavoro degli altri.

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