Oggi ho incontrato una donna

Oggi mi è successa una cosa. Oggi ho incontrato una donna. È una mamma. Una madre che conosco. Una madre di quelle che ha perso il figlio e che ho seguito quando facevo la cronaca nera locale. Allora l’ho incontrata stamattina. E appena mi ha visto mi ha sorriso. Sì mi ha sorriso. Mi ha guardato. E mi ha detto: “Ciao Serenella, come stai?”. E allora io le ho detto bene. E poi gliel’ho richiesto. Ma non era un “come stai” di circostanza. Un come stai dettato dalla situazione. Era un come stai dettato dall’emozione. Sì. Sì insomma ci siamo guardate e insieme abbiamo capito. Che non c’era molto da dire. Lei mi ha guardato come a dire: “sì tu lo sai. Tu lo sai quello che ho passato, ma ora sto meglio”. Lei mi ha guardato come a ringraziarmi del rispetto. Quel rispetto che a volte manca quando scriviamo di morti e incidenti come fossero auto accartocciate senza esseri umani.

E allora dovete sapere che questa madre ha perso il figlioletto in un incidente stradale. E io me lo ricordo quell’incidente stradale. Dio se me lo ricordo. Arrivai che era appena successo. E trovai il caos. Auto sbattute, sparpagliate in mezzo alla strada. Gente che urlava. Una persona insanguinata che stava in mezzo alla carreggiata senza saper che fare. E allora mi ricordo di quando arrivarono i soccorsi. Di quando arrivarono i rinforzi. Di quando capii che il figlio di questa donna era morto dagli occhi di un soccorritore. E poi. Poi ricordo quella madre. Sorretta dal marito. Uno strazio. A fine di quel lungo pomeriggio camminava per la strada con gli occhi sbarrati. Pieni di pianto. Lucidi. Con gli occhi di chi aveva perso un pezzo e non sapeva da che parte iniziare. E allora quando nel lavoro mi sono trovata a seguire o mi trovo a seguire questi casi, sto sempre un passo indietro. Anziché uno avanti. Lascio sempre che siano loro ad avvicinarsi, a provare a raccontare un mondo che fino a qualche istante prima c’era e nel giro di mezzo secondo non c’è più. Lascio sempre siano loro a raccontare quel mondo spazzato via in pochi attimi. E mi sono accorta che sempre con queste famiglie poi, ho sempre trovato una mano, una mano a cercare di farmi capire, una mano a poter scrivere di un dolore così grande che non ci sta nemmeno nelle parole. Un po’ come il caso di un altro bimbo. Oggi il nonno mi ha scritto ringraziandomi per un pezzo che feci in ricordo del nipote. Grazie di cuore.

E allora per quanto possano dirne, per quanto possano farci credere che non sia vero e che siamo tutti degli avvoltoi in cerca delle parole disperata per un po’di carta da riempire, ecco questo è il mestiere più umano che ci sia. Quello dove ti metti a nudo e non usi nient’altro che la parola data.

E allora l’altro giorno a una cena mi hanno chiesto com’è seguire questi casi di cronaca nera. Già. Com’è. È spersonalizzante. A volte devastante. Scrivi e poi arrivi la casa la sera e ci pensi. Poi però, poi però ti capita di reincontrare queste persone, di parlarci, capita a volte che siano loro a chiamarti. E quando oggi ho rivisto quella donna. Che mi ha sorriso e mi ha chiesto: “come stai”, mi sono sentita bene perché ho capito che nel lavoro ci avevo messo il cuore.

#sbetti ❤️

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