Il mestiere più umano del mondo

Questa sera ero a cena con delle persone. E allora parlando del più e del meno a un certo punto una ragazza appassionata dei casi più eclatanti di cronaca nera mi fa: “ma tu hai mai seguito la cronaca nera?”. Allora le ho detto bé, cara mia, sì. Oh sì. Ancora adesso, quando c’è qualcosa li seguo. E me li ricordo sapete quei casi di cronaca nera. Incidenti. Mortali. Suicidi. Rapine. Furti. Omicidi. Pazzi assassini. Donne ammazzate. Prese a pugni, fatte a pezzi. Come mi ricordo anche di tutti quei pezzi sulle piste ciclabili, i consigli comunali, le proteste, l’erba alta, le lamentele e i rifiuti, che tanto cronaca nera non sono ma rendono l’idea. Si comincia con questi.

E allora stasera quando mi sono sentita fare quella domanda, per un attimo il mio corpo si è infreddolito. Per un attimo ho ripensato a tutte quelle volte in cui mi sono trovata sul posto di un incidente, con quel lenzuolo bianco steso a terra, che ti veniva da andar lì e dire cazzo tirati in piedi. E mi sono ricordata di quegli strazi ai funerali. Di quelle famiglie “distrutte dal dolore”. Di quelle madri che si aggrappavano ai padri per salire i gradini di una chiesa. E mi sono ricordata di quei mazzi di fiori sopra le bare con la scritta “Mamma, Papà”; due genitori che donano i fiori al figlio per il funerale è qualcosa di devastante, ti sconquassa l’anima, te la rivolta, per una settimana l’anima vomita lacrime, vomita rabbia, sforna angoscia.

E così come mi sono ricordata di quelle lettere degli amici, di quei palloncini che salivano in cielo, o di come quella volta a un funerale, c’era un’intera squadra di vigili del fuoco che trasportava la bara bianca di un bambino.

E mi sono ricordata di quelle letterine. Di quelle parole strozzate in chiesa. Di quei pianti. Di quelle lacrime.

Ma anche di quelle paure. Quando arrivavo da qualcuno che avevano appena rapinato. Ancora me lo ricordo quel vecchietto che si era trovato i ladri in casa. Fu uno dei miei primi servizi. E andai con il pigiama a farlo perché mi avevano appena chiamato e mi avevano detto: corri.

Così come mi sono ricordata di quei volti che avevano appena ammazzato. Di quelle donne massacrate in casa. E di quei parenti che ti chiamavano, perché in quel momento il giornalista diventava uno sfogo. Diventava un amico. E vi posso dire che ancora adesso conservo i rapporti con queste persone.

Ma soprattutto mi sono ricordata del contatto umano. E di quanto alla fine ti senti e ti sentivi sfibrata. Tanto che qualche anno fa, dopo l’ennesimo mortale in fila di un ragazzino, piansi perché non ne potevo più.

Perché non è semplice stare a contatto con chi soffre. Porsi a loro. Fare domande. Addirittura non farle perché siano loro ad aprirsi. Stare un passo indietro. Entrare in punta di piedi. Non fare come alcuni sfacciati che nemmeno con il dolore imparano a tacere. E poi provare a raccontare quello che a parole non si può nemmeno lontanamente spiegare. E allora dicevo, che sì, che soprattutto mi sono ricordata di quel contatto umano. Di quel contatto che questo mestiere ancora richiede. Di quella umanità e di quella sensibilità di perforare i sentimenti altrui da entrare in contatto con gli altri. Una sensibilità che ti spolpa. Che ti svuota. Che ti risucchia. Che ti sfibra. Ma una sensibilità che credo, sempre più, che i lettori vogliano trovare. Vogliono percepire. Perché, che se ne dica, questo mestiere è il mestiere più umano del mondo.

E i lettori, quelli veri, vogliono sentire che ci sei. Vogliono sentire che ci sei dentro.

Fino al collo.

#nottesbetti

#sbetti 📇🚬

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