Cosa provano le donne a rincasare la sera

Ieri sera ho avuto una sensazione bruttissima. Ma brutta. Brutta. Brutta.

Allora ero uscita da una riunione. Era tardi. Era buio. Era quasi mezzanotte. Ed era freddo. E allora avevo i pantaloncini corti. Quelli che però te li puoi mettere pure d’inverno e sotto ci metti le calze. Sì insomma quelli che possono essere pure tanto corti perché tanto sono pantaloni.

E allora insomma esco dalla riunione. Prendo le chiavi dell’auto. Estraggo una sigaretta dal pacchetto. Cerco l’accendino. Mi accendo la sigaretta. E mi incammino.

E allora sono lì che percorro il viale. Senza fretta. Senza ansia. Pensando solo alla fine di un’altra giornata. E all’inizio di quell’altra. Pensando che anche oggi ci siamo fatti il culo e domani ce ne faremo altrettanto.

Sono lì che cammino. Che gusto il profumo di tabacco che mi perfora il mio naso tappato da un mese, quando. Quando all’improvviso si alza il vento. Si muovono le foglie. Si sente perfino un ululato ululare. Si sente il rumore delle foglie spostate dal vento. Si vede il buio della notte. Voglio andare in cerca della luna. Ma non la vedo. Non la trovo. Forse se ne sta incastrata tra i rami degli alberi che disegnando ragnatele sopra la luna.

E poi. Poi all’improvviso un rombo di moto. Ma una moto fastidiosa. Una di quelle che pensi che sopraggiunga e ti spari un colpo in testa. E poi. Poi dei passi. Dietro di te. E allora cominci ad accelerare. Ad annaspare. Ad affannarti. Cominci a camminare più veloce senza far vedere che forse un po’ di paura ce l’hai. E allora i passi sono sempre più vicini. Sempre più dietro di te. Sempre più ansimanti. Sempre più riavvicinati. E così. Prendi. Testa alta. Petto in fuori. Apri l’auto con il click della chiave e subito sei dentro. Zac chiudi. L’uomo passa e tutto ok. Era solo qualcuno che passeggiava come te.

Ma per un momento.

Per un momento immagini che qualcuno entri dentro la tua auto. E che incappucciato inizi a gridare: “stai zitta, stai zitta, metti in moto ho detto, metti in moto”. E che con una pistola puntata contro ti ordini, con una voce rauca stridula e minacciosa, di accendere l’auto, di pigiare l’acceleratore e di partire. E così. Così ho chiuso gli occhi. Ho messo in moto, ho ingranato la retro e sono partita.

Dentro la mia auto, nessuno ovviamente.

Ma allora mi sono chiesta una cosa. Perché non credo di essere l’unica. Sì insomma non credo di essere l’unica a rincasare la sera tardi. A tornare di notte. A percorrere le strade da sola. A viaggiare nel buio. Come me ci sono tantissime altre donne che lo fanno. Magari prendono la metro. Magari vanno da sole in stazione. Magari salgono in auto parcheggiate dentro parcheggi sotterranei delle grandi enormi città. E in giro. Bé in giro, a meno che tu non sia a Roma zona Eur, dove ci ho vissuto, ecco, in giro forze dell’ordine se ne vedono poche. Perché poche sono le unità. Perché da sole non ce la fanno a stare a bada a tutti questi Paesi che si fanno la guerra a chi c’ha il campanile più alto.

Allora mi dico, ma in che cazzo di Paese vivo. Sì, in che cazzo di Paese vivo se fate le manifestazioni contro la violenza, se vi prodigate per i diritti, se mettete le bandiere a mezz’asta, se vi tingete di rosso, se vi mettete la barra rosso sotto gli occhi, se fate i convegni, se postate su Facebook “io dico no”, “no alla violenza”, “me too”, e altre cagate varie, quando una donna non può nemmeno camminare per strada alle undici di sera con la paura, non fottuta, di essere inseguita?

In che cazzo di Paese vivo?

In che cazzo di Paese vivo se al mattino devi pensare a come vestirti pure per la sera, perché poi la sera stai in giro e se c’hai la minigonna allora non va bene.

In che cazzo di Paese vivo se i diritti vengono calpestati da chi ha dei doveri?

In che cazzo di Paese vivo, se mette le panchine rosse e non è in grado di provare cosa provano le donne a rincasare la sera? Ecco. Pensateci.

Provate.

#nottesbetti

#sbetti

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