La vita di chi lavora

Poi ti dicono la vita dell’essere umano che lavora. La vita di chi, se non hai figli, secondo la stragrande maggioranza della gente non ha un cazzo da fare. E allora la vita dell’essere umano che lavora è correre tutto il giorno per finire la sera dell’equinozio di primavera spiaccicata addosso a un barattolo di sugo.

E allora te ne accorgi quando la vita ti manda dei segnali. Oh sì. Te ne accorgi. Eccome se te ne accorgi. Te ne accorgi quando la vita ti dice che devi un attimo rallentare se non sei in grado nemmeno di vedere un barattolo di sugo che ti sta giusto davanti in mezzo ai piedi. Io.

Io che ho sempre avuto un ottimo rapporto con i barattoli di sugo. Io che il sugo me lo spalmo la mattina per colazione. Io che il sugo me lo trovavo sempre a casa di mia zia quando tornavo da scuola.

E allora ve la racconto la vita di quest’essere umano che lavora. Perché la vita dell’uomo che lavora è svegliarsi al mattino, non fare in tempo ad aprire gli occhi e avere già le chat di whatsapp inondate di messaggi. Uno scrive da una parte. Uno scrive da un’altra. Un altro ti scrive per sapere se hai letto quel cazzo che prima ti aveva scritto. Un altro ti chiama. Un altro ti cerca. Un altro ti anticipa l’appuntamento giusto all’ora in cui volevi andare a correre e invece non fai in tempo nemmeno a mettere su il caffè.

E allora oggi che giornata. Stamattina vengo su dal letto, metto su il caffè, entro in doccia, esco dalla doccia, bevo il caffè, fumo, leggo i giornali e già avevo paura a prendere in mano il telefonino. Poi le mail. Whatsapp. E allora rispondo. Intanto metto il rimmel. Mi vesto in un baleno e poi prendo l’auto. Già. E allora corri. Sei in ritardo. Arriva Zaia. Le fasce tricolori. I discorsi. Le strette di mano. I politici che si guardano l’un con l’altro. Gli appunti. Le parole. Gli spintoni.

E tutto finisce in un bel rinfresco dove faccio in tempo ad afferrare due biscotti quando mi ferma un tipo e mi si mette a parlare. E allora siccome mi pareva brutto mangiargli davanti, mentre questo mi parlava del kamasutra degli angeli, prendo i biscotti, afferro sgattaiolatamente una salvietta, ci avvolgo biscotti e li metto in borsa. Poi mi dimentico di avere i biscotti dentro la borsa e come se niente fosse afferro il pacchetto di sigarette ed estraggo una cicca. E allora poi riprendo l’auto. L’aperitivo di lavoro. Le telefonate. I pugni sul tavolo. Le speranze. I desideri. Il telefono che squilla. Mi metto a scrivere. Mangio. E poi via fino a sera. Ma poi.

Poi ti viene in mente che a casa, dentro la credenza, dentro al frigo che hai fotografato al mattino per capire cosa effettivamente manca, ecco mi viene in mente che mancano alcune cose essenziali. E quindi pensi: bene #Sbetti, sono le sette di sera. Alle otto e un quarto hai un riunione, alle nove e un quarto ne hai un’altra. Se ti fermi in velocità. E corri dentro al supermercato dritta verso la meta senza guardare i carrelli degli altri, riesci ad arrivare alla riunione perfino in anticipo e magari passare per casa e mettere pure giù la spesa, onde evitare che lo yogurt ti corra in auto a mezzanotte.

E quindi ok.

Scendo di balzo. Entro. In grande corsa. Fiera di me stessa. La borsa sulla spalla. La valigetta nella mano. Percorro tutti gli scompartimenti. Afferro con triplo salto axe l’insalata. Il cellulare suona ma non lo bado. Quando trovo la corsia di quello che mi serve e senza tanto guardarmi attorno, baldanzosa ci entro.

E così sono lì che cammino e cerco di raggiungere in fretta il barattolo dei piselli. Quando bam. Un signore da dietro mi grida: “attenta!”. Una donna che invece mi sta davanti, imbambolata, non ha nemmeno la forza di dire niente. Nemmeno di avvisarmi. E così mi guardo attorno. Mi fermo. Mi fermo in bilico su un piede. Stringo i denti. E come al rallentatore metto giù l’altro piede. Per un attimo mi sembra di stare come a giocare a quel gioco, di cui ora non ricordo il nome, ma che dovevi mettere una mano sul bollino verde, un piede sul cerchio giallo, l’altra mano su quello rosso e poi stare in perfetto equilibrio. Ecco. Proprio così. Perché allora guardo giù e sotto di me ci stanno tanti vetri rotti di un barattolo di sugo ridotto in mille pezzi. E così in bilico, non so che fare. L’insalata su una mano. La borsa sull’altra. L’altra sulla spalla. Le chiavi dell’auto tra i denti. I piedi divaricati. E mi accorgo pure di avere tutta la scarpa inondata di sugo. Allora cerco in bilico un fazzoletto. Ma niente. Destino vuole che abbia anche il raffreddore e abbia finito i fazzoletti. E così penso. Aspetto il commesso, ma campa cavallo. Ma all’improvviso un flash. Mi ricordo di quella tovaglietta con cui avevo avvolto i biscotti al rinfresco del mattino. E così metto la mano in borsa. Srotolo i biscotti. Afferro la tovaglietta e mi pulisco le scarpe. E poi fiera, riprendo la strada e vado in cassa. Vado in riunione. Tutto ok. Vado nell’altra. Idem. Quando adesso mentre cercavo le sigarette in borsa, sento tra le dita qualcosa di sgretolato. Lo prendo e mi viene su un biscotto, a forma di tondo, con il buco in mezzo pieno di marmellata. Uno di quelli su doppio strato.

E questa è la mia cena.

Perché ho troppo sonno per fare altro.

#nottesbetti

#sbetti

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