
Ho ricevuto un sacco di insulti – oltre alla solidarietà (tantissima) giuntami nei giorni scorsi. E di cui vi ringrazio.
Mi sta un po’ stancando questa narrazione che si è venuta a creare, da tifoserie da stadio. Una narrazione fatta di slogan. Di facili e biechi proclami. Di pancia. Di propaganda. Di pensieri così rigidi e induriti come il marmo.
Come se a commentare la vita, gli unici toni possibili siano quelli degli uomini dei bar che la mattina si trovano a giocare a briscola.
Mi sta stancando questa narrazione.
Ha accarezzato il fondo della mia sopportazione. È andata oltre il fondo.
Quando ho iniziato a fare questo lavoro mi sono ripromessa che sarei sempre andata oltre. Che avrei sempre avuto quel coraggio di andare a fondo nelle storie, nelle persone. Di scavare. Di non fermarmi. Di continuare. Anche quando costa fatica. Anche quando è scomodo.
Ma sulla vicenda dell’aggressione che io e la troupe abbiamo subìto mercoledì 18 febbraio a Padova, ho letto alcuni commenti che mi hanno fatto inorridire, e sui quali non posso stare zitta.
Mi impongono di non tacere.
Ho avuto il voltastomaco. Ed era proprio quello che volevo evitare.
Qualcuno se l’è presa con gli immigrati, perché quando ha visto che l’aggressore è un colombiano di 22 anni, ci è andato a nozze, ma qui non c’entrano niente gli immigrati. Se non sapete state zitti.
Qualche altro se l’è presa con i senzatetto. E qui non c’entrano niente nemmeno i senzatetto. Se non sapete statevene muti. Questa persona dorme in un cimitero in condizioni pietose.
Qualcuno se l’è presa con le persone che prestano aiuto a questi bisognosi perché dovrebbero “pensare agli italiani, stare a casa loro, tanto questi non meritano niente”. E non c’entrano niente nemmeno i volontari. Anzi, tra i clochard, ci sono anche molti italiani.
Sono rimasta stupita da chi mi ha attaccato semplicemente per aver detto che in questa storia c’è dell’altro dietro, di cui vi parlerò. Ci sono gravi mancanze, lacune, provvedimenti emessi e mai eseguiti. La classica storia all’italiana dove la regola vigente è il menefreghismo.
Mi sono stupita nel leggere che qualcuno mi abbia augurato di subire di peggio, che nemmeno questo mi basta “per continuare a difendere tu e i tuoi amici”. Quali amici? Io non faccio politica. Non prendo voti. Racconto le storie. E la mia coscienza mi impone di raccontarle fino alla fine. A 360 gradi. Semplicemente mettendo in fila i fatti.
Mi sono stupita dinanzi a chi si è sentito così forte da sentenziare senza sapere, detentore di una verità assoluta, così onnipotente, onnipresente, onnisciente. Il pensiero che dietro le storie ci possa essere dell’altro, che non siano i vostri pregiudizi, le vostre certezze barattate per finte e corrotte sicurezze, la vostra bieca e cieca e sordida e stupida mediocrità, non vi sfiora nemmeno.
Tanto ora va di moda così. Basta che una persona sia di colore perché tutti in coro vi mettiate a gridare al lupo al lupo. Basta che uno venga indagato e vi mettete a risalire l’albero genealogico per vedere se per caso potete dire che aveva il trisavolo immigrato così automaticamente diventa immigato pure lui. Parlate di remigr*azione senza manco sapere cosa sia e vi fate portare a casa il cibo dagli schiavi in bicicletta. Il fatto è avvenuto. Ed è giusto raccontarlo. Si deve raccontarlo.
Ma è molto semplice ridurre il tutto a quello che vogliamo sentirci dire. Parlare per frasi fatte, assecondare gli istinti da bar, la pancia, sparare sentenze.
Molto più difficile è provare a conoscere. Andare oltre. In questa storia c’è solo un colpevole: l’indifferenza che “genera mostri”.
sbetti

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