
Tribolazione e patimento li vedi qui dentro. Qui. Attraverso queste minuscole fessure che disegnano ricami su enormi tapparelle. Qui dove non scorre il tempo. Non passano le ore. Non scivolano i minuti. Gli istanti si addensano come le gocce di rugiada si addensano d’inverno. Lì. Fermi. Immobili. Gonfi di speranza, in attesa del bel tempo.
Qui la vedi la stagione dei reclusi.
Corpi cenciosi sopra le barelle. Uomini e donne consumati e consunti sopra le sedie a rotelle.
“Signora mi scusi ho bisogno di una sedia per mia moglie”. “La prenda lì”. “Non so come si usa”. “Deve tirare la manovella, è semplice”. “Non sono pratico. Non lo so fare”.
L’autista, un uomo col volto goffo, la corporatura robusta, il sorriso da artigiano incallito che trova nel mestiere la gioia di vivere, gli arriva in soccorso. “Gli do io una mano signore”. “Grazie. Grazie”.
Il tabellone scorre lento. A923. Codice verde. A924. Codice bianco. A925 codice verde di nuovo. A926 codice bianco. Poi codice verde. Poi verde e bianco. Poi bianco ancora. A ogni numero ti assegnano un codice. Un numeretto. Numeri per lo Stato. Numeri per la scuola. Numeri per le banche. I codici clienti. Numeri per la sanità. Siamo numeri punto. Qualche infermiere siede allo sportello. Non è molto affabile. Ha il broncio. “Forse ha fatto la notte”, penso. Qualche altro invece è sgargiante. Arriva con le ciabatte bianche e quel camice che gli avvolge il corpo. Dirama un sorriso avvolgente.
Un ragazzo che parla solo inglese è qui da questa mattina. Gli viene in soccorso un amico. Parla inglese anche lui. Deve essere operato a una gamba. L’altra donna è in sedia a rotelle. Va in bagno ma non ce la fa. “Mamma aprimi! Mamma aprimi – chiede il figlio – mamma va tutto bene? Mamma chiamo qualcuno?”. L’esercito di chi combatte e tenta di riprendersi a morsi la vita, sta tutta qui. Nei sorrisi spezzati. Nella fatica di alzarsi. Nel dolore di fare un passo. Nella fatica immane di allacciarsi le scarpe. Di camminare. Di abbottonarsi un cappotto. Gli infermieri corrono da una parte all’altra. Qualcuno si accuccia. Parlare col paziente seduto alla sua stessa altezza è meglio. Un medico fermo alle macchinette del caffè ha l’aria stanca. Due infermiere si salutano. “Ciao, ci vediamo domani”. “Ciao, a domani”.
Un’altra invece non sa a che ora arriva il medico. Dice che non è compito suo. Non lo sa. “Provi a chiamare, io da qui non posso fare niente”.
Quando, dopo un servizio, finalmente sono uscita, e sono rientrata, ho fatto una passeggiata. Ne avevo bisogno.
Ho preso per mano la creatura che amo. Era quasi buio. Le luci delle case iniziavano ad accendersi. Calde. Dorate. Gialle. Parevano fiammelle di candele. Le luci dei lampioni emanavano il loro primo bagliore. I rami ancora secchi con qualche spunta di fine letargo, qualche germoglio di vita, si stagliavano sul cielo grigio azzurrino che vedo solo a nord-est.
L’aria era frizzantina. Quella che ti buca la gola. Quella che annuncia l’arrivo della primavera. Ho aperto il naso. E mi sono fumata una sigaretta. Poi ho ringraziato. Per quello che abbiamo. E di cui non ce ne rendiamo conto.
sbetti
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