Ho iniziato a fare la giornalista – con la penna e il taccuino in mano – e c’era ancora un certo tatto e un certo rispetto nel trattare alcuni casi di cronaca.
Ricordo che un giorno mi spedirono in un paesino per recuperare notizie su un morto. Poi venne fuori che quel morto si era suicidato e nonostante i miei infiniti giri, il quotidiano locale per il quale lavoravo a quel tempo, decise di non pubblicare la notizia. “Con i suicidi non si sa mai – mi dissero – andiamo sempre molto cauti. Abbiamo deciso che non la mettiamo”.
Me ne tornai a casa sconsolata quel giorno, non capendo effettivamente il perché di quella decisione. Anche perché mi dicevo: non capisco, l’omicidio lo scriviamo e il suicidio no? Ma poi con l’età e l’esperienza si cambia. E per raccontare certe cose, capisci che servono un’empatia e una sensibilità che, mi dispiace, non hanno tutti. Anche perché mi dicevo: come potrebbe scattare l’effetto emulazione per un suicidio, potrebbe scattare anche per l’omicidio. E infatti.
Martedì sera a Rubano, in provincia di Padova, un ragazzino di 14 anni, ha minacciato con un coltello la madre e i suoi due fratellini. È stato un vicino di casa che udite le grida, ha chiamato i carabinieri, impedendo che quella lite diventasse tragedia. Da quando è accaduta la strage a Paderno Dugnano, questi fatti orrendi e orribili, sono in aumento.
Paderno Dugnano è un comune in provincia di Milano. E la notte tra il 31 agosto e il 1* settembre, un figlio di 17 anni, ha sterminato la famiglia, ammazzando madre padre e il fratellino di 11 anni.
Passa una settimana e un altro ragazzino, accoltella i genitori. Stavolta siamo a Gagliole, un piccolo comune in provincia di Macerata. Il ragazzo ha 23 anni. Prima accoltella padre e madre e poi tenta il suicidio.
Un’altra settimana ancora e l’altro giorno a Iglesias, in Sardegna, un ragazzo di 15 anni, al culmine di una lite ha accoltellato il padre.
E ci sono sempre di mezzo i coltelli. Sempre. Siamo il Paese dove le lame diventano armi assai più pericolose delle armi stesse.
Poi è la volta della confessione dell’omicida, che ha ammazzato la madre, in diretta tv. Lorenzo Carbone davanti ai microfoni dice: “sono stato io, l’ho ammazzata, non so perché l’ho fatto. Non ce la facevo più”.
E veniamo a mercoledì scorso. Un padre stermina la famiglia uccidendo moglie e figlia, ferendo gravemente un altro figlioletto e un terzo figlio che riporta delle lievi ferite. Poi prende il fucile, uccide anche la madre e si ammazza.
La figlia le aveva perfino dedicato la tesi.
Famiglie apparentemente normali, semplici, “felici”, che dentro nascondono un mal di vivere che sprofonda nel baratro dell’orrore. E poi ancora il caso Turetta, dove non ci risparmiamo nemmeno i particolari su quante coltellate abbia sferrato a Giulia, su quale nastro isolante abbia usato, su cosa lui quella sera abbia mangiato; questa ricerca perpetua costante ossessiva per chi lo cerca e chi lo osserva, del particolare più macabro da sbattere in faccia alla gente. Ma poi, quando le narrazioni spogliate di ogni pudore partono sul web non le fermi più. Continuano a rimbalzare dietro lo scrolling compulsivo delle persone che si animano e cliccano se per caso nel titolo c’è qualcosa che richiami alla morte. Non è tutta morbosità certo. Ma sopravvive sempre il lupo a cui dai da mangiare. E se gli dai il morbo, questo diventa virale, si espande, corre veloce, qualcuno siccome l’ha fatto quell’altro, potrebbe pensare di rifarlo. Perché si sa il branco preso assieme o slacciato, crea sempre più appeal. “Mamma non sono l’unico ad aver preso 4”. Ergo sono giustificato.
Casi di cronaca orribili dove diventa pensabile e possibile riconoscersi e che andrebbero trattati con estremo tatto e cautela.
Colpisce la facilità con cui si estrae il coltello. La facilità della violenza divenuta alla portata di tutti. Come se impugnare un coltello non facesse male. Tanto poi si finisce in televisione. Come se la violenza fosse solo virtuale e non reale. Come se non si sapesse più distinguere il bene dal male. Colpisce l’ostentazione del ribadire: “il male non sono io”, ci avete mai fatto caso? Quando arrestano qualcuno. Si celano tutti dietro a un paravento di bontà. Che nasconde il male di vivere. E poi l’ostensione. L’esposizione pubblica. La manipolazione del diritto di cronaca. Del diritto all’informazione. Una equivoca idea di trasparenza che ci siamo fatti negli anni, complice la deriva truculenta dei social, credendo che siccome ne parlano, allora le tragedie diventano fruibili per tutti, diventano meme, vignette, titoloni con le facce dei personaggi, diventano film, serie televisive.
Dietro a questi orribili drammi dovremmo interrogarci tutti. Tutti dovremmo capire se non sia il caso fare un passo indietro. La guerra è nelle nostre case. Nelle nostre famiglie. Dovremmo farci delle domande. Su questa spettacolarizzazione delle tragedie. Su queste morti che diventano reality.

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