Non avevo ancora scritto niente su Susanna Recchia, la mamma scomparsa con la propria figlioletta di tre anni a Vidor. Uno perché non ne ho avuto il tempo. E per scrivere bisogna metterci la testa. Il cuore. Curare parola per parola. Perché le parole restano. E a seconda di come le metti. A seconda di come componi la musica, evocano sensazioni diverse. A volte possono far cambiare le cose. E due, perché non volevo fare i soliti commenti già triturati e maciullati sul web. Ma l’altro giorno ho assistito a una conversazione imbarazzante in un locale e così stasera ho deciso di prendere la penna in mano, anzi le dita e di scriverne. “Dicono che era depressa”, diceva qualcuno sogghignando di soppiatto. “Cosa vuoi, la società di oggi, zero sacrifici, solo diritti”. “Eh avrà avuto un altro”. “No dicono che è perché è stata lasciata, le sono andate male alcune storie, e a se ga copà”. Tradotto in italiano: “si è uccisa”. “Eh cosa vuoi, adesso è così? Grilli per la testa. Donne che va in giro de qua e de a, malata alla testa era”. 

Vi giuro quando ho sentito queste cose, 2024, mondo occidentale, il mondo con più depressi e stravolti al mondo, mi son sentita morire. Stavo per sboccare. Mi sembrava di vivere in una di quelle commedie – ma di commedia aveva ben poco – ambientate nel 1800 dove ancora chi ha una malattia mentale viene considerato pazzo. Inferiore. Inetto. Un essere da guardare storto. Di traverso. Di cui leccarci i baffi per provare al mondo che lui è diverso e noi no. Personalmente ho conosciuto molte persone che credevano di essere sani, ma io le avrei mandate dritte da uno psicologo. Anche da uno psichiatra se necessario. Perché è questa la verità. La gente, alle soglie del 2025, ti addita se vai a fare una chiacchierata da uno psicanalista. Non vedete a volte i titoli dei giornali: “Sono andata in analisi”, e quindi? Enbè? Qualcuno vi aggiorna se va a farsi le analisi del sangue? Delle urine? Perché le analisi della mente vengono ancora considerate come qualcosa di macabro e stravolgente? Nessuno mai si sognerebbe di scrivere: “sono andata a fare le analisi al culo”. Però andare dallo psicanalista diventa subito una notizia. La gente ancora ti guarda di sbieco. Pensa che chi vada dallo psicologo sia un matto, un seriale killer, un essere a cui tenersi a distanza. E nella parte lesa aumenta la vergogna. Il senso di soffocamento, da cui deriva l’impossibilità di chiedere aiuto. Ho visto quelle persone commentare questo terribile fatto di cronaca e mi pareva di vedere tanti giocolieri che giocano a tirar per aria le palline, dove le palline sono le vite degli altri. Ma che ne sa la gente della sofferenza. Di quanta sofferenza c’è in giro. La gente cattiva ci gioca con quelle palline. Le usa scherzosamente. Con destrezza. Prestigiatori dei cazzi degli altri. Saltimbanchi dei più grandi delitti. Perché che ne sa la gente, che ne sa. Che ne sanno quelli che vivono per compiacere il giudizio altrui, che vivono per apparire, per mostrare, per far vedere al mondo che esistono anche loro – chi se ne fotte – di cosa siano le malattie mentali. Che ne sanno le persone di cosa sia l’angoscia. L’ansia. La depressione. Che ne sanno quelli che si lavano la bocca con le tragedie degli altri. Che fanno la conta delle corna altrui e non passano nemmeno più sotto le porte di casa da quante corna hanno. Che ne sanno. Che ne sa la gente di cosa sia la sensibilità. L’empatia. La solidarietà. Il sentirsi sbagliato. Che ne sa la gente dei demoni. Dei fantasmi. Con cui tutti, ma proprio tutti, combattiamo ogni giorno. Perché tutti quelli che si credono perfetti, sono quelli che perfetti non sono. Sono quelli che la vita non ha concesso doni, regali, sconti, dolori, sofferenze. Sono quelli privi di gratitudine alcuna. Sono quelli abituati a commentare in un bar un dramma come quello di Vidor. Ma ricordo che una volta qualcuno mi disse: “Se è troppo perfetto non ti fidare”. Aveva ragione. 

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