Quell’omino sotto il caldo arrancava e arrancava

Dal diario di Facebook di questa notte 27 giugno

Oggi ho assistito a una scena. Che mi è rimasta impressa. Me la sono portata appresso tutta la giornata, non trovando due minuti per evaporare la tristezza dalle dita. E allora ci sono di quelle scene che ti restano appresso. Che ti porti addosso. E ora. Ora fumando una sigaretta al caldo, sopra il terrazzo, con in mano un’acqua di ghiaccio e nell’altra una sigaretta e l’iPhone provo a raccontarvela questa scena. E allora oggi stavo percorrendo a piedi la strada che vedete qui sotto. Dovevo andare a Venezia. Saranno state le tre del pomeriggio. Faceva caldo. Era afa. Un’afa atroce. Un caldo infernale. Un’afa di quelle che ti cappia il collo e non te lo lascia andare. Un’afa di quelle che ti porti appresso. Che ti suda addosso. Che ti si schianta sul viso. Che si spalma sui vestiti. Che ti indebolisce le gambe. E allora dicevo stavo percorrendo questa strada quando davanti a me sbuca un vecchietto. Questo qui. Questo qui che vedete davanti. E allora l’avevo visto in lontananza. Ma non sono riuscita a superarlo. A sorpassarlo. Ma mica perché lui andava più spedito sapete. No. Insomma non riesco a fargli vedere che andavo più veloce. E sono rimasta indietro. E allora questo vecchietto arrancava. Annaspava. Si trascinava. Prima una gamba. Poi l’altra. Sembrava come se gli avessero messo del piombo ai piedi e lui non riuscisse a sollevarlo. A trascinarlo. Se lo portava appresso con il peso dell’afa che ti si schianta addosso. Perché oggi. Oggi. Oggi sembrava veramente che il mondo si fosse messo d’accordo e che una pompa d’aria calda sudata pompasse dritta diretta sulle pareti della Terra. La natura. Questa natura che tanto deridiamo. E allora dicevo guardavo sto vecchietto. E mi ha fatto tanta tenerezza. Sulla mano sinistra teneva un biglietto per l’autobus. Sulla destra una cartellina. E allora avrei voluto fermarmi. Ma non ho avuto il coraggio. E poi per dirgli cosa? La accompagno io? E allora mi sono chiesta cosa mai avesse di così importante da fare un vecchietto da non poter stare a casa al fresco in una giornata come quella di oggi. Sì insomma mi sono chiesta dove mai dovesse andare un vecchietto, che magari ha lavorato una vita intera, sotto il sole oggi, dove quando ho ripreso l’auto la temperatura segnava 49 gradi. Sì ok. L’auto. Sotto il sole. Ma quella esterna era 39. Sfiorava i 40. E dove c’è sto cemento era pure superiore. E poi mi sono chiesta perché questo vecchietto non avesse un figlio una figlia un nipote una nipote un qualcuno di qualcuno che lo potesse accompagnare. Che gli potesse dire: “vieni oggi ti porto io”. Cioè uno passa una vita magari a crescere i figli. A dargli da mangiare. A lavorare per mantenerli. E poi il 27 giugno alle tre del pomeriggio arranca per le strada ingabbiato dall’afa. E così. Così mi sono ricordata di una cosa. Questa mattina andando in piazza. Orario aperitivo per chi lavorando si incontra per un drink, ecco ho pensato a una madre e a due figli che mi avevano colpito. Insomma i figli si lamentavano che era caldo. Certo ora abbiamo tutto. Certo che si lamentano. Mica come quella famosa estate del 2003 dove in piena maturità studiavo senza aria condizionata. Ora ci siamo abituati. Ora abbiamo i maglioni negli uffici. Poi quando esci, è più caldo per forza. E allora dicevo. Mi é tornata in mente questa madre che a un certo punto ha detto ai figli: “pensate a lui – forse riferendosi al padre – che ora è fuori che lavora sotto il sole – e noi pensiamo a bere l’aperitivo”. Già e allora quando ho visto il vecchietto ci ho ripensato.

E così, fumando, in una calda sera d’estate sotto la luna ve lo volevo raccontare.

Fateli stare a casa gli anziani. Fateli stare a casa.

#nottesbetti

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