“Nell’inferno nepalese, salva perché ero all’aperto”

“Io nell’inferno nepalese, salva perché ero all’aperto”

“Non riuscivo nemmeno a stare in piedi, la scossa è stata molto forte e lunga, così mi sono seduta e in lontananza ho cominciato a vedere le case di lamiera distruggersi”.

É la testimonianza di Diletta Cosco, 23 anni, che il giorno del terremoto in Nepal si trovava in un villaggio a 33 chilometri da Kathmandu per un servizio di volontariato in una scuola. Un messaggio lanciato in facebook, il 26 aprile, il giorno dopo la catastrofe, tramite il servizio “Terremoto in Nepal. Stai bene? Dillo a facebook”, annunciava al mondo che Diletta stava bene. Lei, ex studentessa del “Flora” e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, originaria e residente a Pordenone nel Friuli occidentale, laureata a Novembre con il corso triennale in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio, decide poi di partire alla volta del Nepal, quel lembo di terra tra l’India e il Tibet. Mai avrebbe immaginato che una volta lì si sarebbe scatenato l’inferno.

“Quando è arrivato il terremoto – spiega Diletta – stavo iniziando a lavorare nell’orto; ero nel retro della casa della famiglia locale e trovarmi all’aria aperta in quel momento è stato davvero rassicurante. Il terremoto si è subito sentito e non riuscivo nemmeno a stare in piedi. La prima cosa che ho fatto è stata sedermi e intanto vedevo le case di lamiera distruggersi. Quando è finita la scossa con la preside della scuola siamo andati in un prato con altre persone. Stare all’aperto in quei momenti è la cosa più giusta da fare”. Diletta infatti era lì perché avrebbe dovuto fare l’aiuto insegnante di lingua inglese. “Nella scuola dove dovevo fare volontariato – continua – sono morti 3 studenti. Ho visto le salme delle persone essere cremate. Una mamma venire cremata perché sentivo le urla e le grida della povera figlia”. Un rito, quello della cremazione in Nepal. “Fanno un piccola cerimonia all’aperto – spiega Diletta – e poi le ceneri vengono sparse nel fiume sacro a Katmandu. Durante la cremazione di solito i parenti assistono e poi mangiano sul luogo subito dopo, si portano del cibo e fanno una specie di banchetto. Quel giorno comunque, ci sono state altre scosse, alcune case sono andate distrutte, così come gli hotel e i negozi.Nello stesso giorno quasi tutti gli albergatori hanno chiuso i loro alloggi, alcuni erano troppo pericolosi, e i negozi stavano esaurendo cibo e acqua; nel frattempo le persone attorno a me si erano organizzate per dormire nelle tende”.

Diletta che avrebbe dovuto rientrare in Italia a metà maggio, decide quindi di rientrare prima, prendendo un volo per Abu Dhabi e poi per Venezia. Il giorno prima del terremoto, quasi come un presago, Diletta aveva scritto nella sua pagina Facebook riferendosi alla sua esperienza in quella terra, meravigliosa e disgraziata, “ne uscirò viva ma soprattutto illesa”. Il giorno dopo l’inferno.

Ora Diletta è tornata a casa a Pordenone, sta bene e dice “Sono stata molto, molto, molto fortunata. Ho deciso però di tornare per una questione di sicurezza e poi perché lì, noi facciamo solo confusione, prendendo risorse ai nepalesi come acqua e cibo; la cosa più saggia è rimpatriare e mandare gli aiuti internazionali”.

Serenella Bettin

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