È un Paese bellissimo l’Italia. Bellissimo.
Un Paese dove ci puoi far arrivare migliaia di immigrati clandestini, trattarli come animali – ma sfido chiunque a trattare gli animali in questo modo – e metterli a fare i lavori che gli italiani con la puzza sotto il naso e la rogna sotto le braccia non vogliono più fare.
A questo serve l’immigrazione incontrollata.
È un bellissimo Paese l’Italia che parla di economia sostenibile, di intelligenza artificiale, di nuove colture, di imprese produttive e all’avanguardia, che tratta i suoi lavoratori come fossero schiavi e poi se per caso si fanno male, li abbandona in mezzo ai campi con il braccio mozzato, chiuso dentro una cassetta da frutta, come un biglietto ricordo per la moglie.
È un Paese bellissimo l’Italia.
Evoluto, dotto, civile, colto, democratico, preparato, che si interroga sul futuro dei giovani, ma che non riesce a trovare spiegazioni per questo migrare continuo di laureati all’estero e questo arrivare continuo di persone non formate, ridotte a fare i lavori che gli italiani snobbano. C’è un problema di fondo. E non si spiega perché questa migrazione porta i nostri cervelli fuori e le braccia degli altri in patria. Forse conviene interrogarsi sulle nostre offerte.
Satnam Singh aveva 31 anni. Era indiano. Aveva un nome. Un cognome. Un’età anagrafica. Un volto. Un passato. Un presente. E aveva anche un futuro. Anche se per alcuni il fatto che muoia un indiano pare valere meno della morte di un italiano, anche lui aveva un futuro. Dopo ore estenuanti di lavoro, lì in una azienda agricola in provincia di Latina – ci posso credere, una volta ho fatto un’inchiesta sul caporalato gestito da marocchini (sì, si sono presi anche le nostre fabbriche), mi hanno sequestrato e ho dovuto chiamare i carabinieri – ecco dopo ore estenuanti di lavoro, in condizione che a dire pietose è dire poco, si è tagliato un braccio con un macchinario e l’hanno buttato davanti casa come fosse un masso. Mi rifiuto di dire un cane, perché io un cane non lo tratterei mai in questo modo. L’hanno riaccompagnato a casa – che gentili sono stati – e l’hanno lasciato lì, col braccio penzolante per 90 minuti, la durata di una partita di calcio, e poi il braccio l’hanno buttato dentro una cassetta della frutta. L’orrore assoluto. La vergogna vi dovrebbe pervadere e non farvi dormire la notte. Ai suoi colleghi – anche gli immigrati che alcuni trattano come schiavi hanno dei colleghi – che volevano chiamare i soccorsi hanno tolto i telefonini così da impedire qualsiasi richiesta di aiuto. Un po’ come Cabin Fever. Se non sapete cos’è andatevelo a guardare. Il titolare dell’azienda ha detto che è stata una leggerezza che hanno pagato tutti. E che Satnam non doveva stare lì davanti al macchinario avvolgiplastica.
Una leggerezza. Li fanno lavorare senza contratto. Senza permesso. Per 3, 4 euro l’ora. Lo abbandonano in mezzo a un campo con il braccio staccato e poi chiuso dentro la cassetta della frutta e il titolare invoca la leggerezza. Ma è un Paese bellissimo l’Italia. Bellissimo. Una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un Paese sventolante e drappeggiante di bandiere tricolori, verdi rosse e bianche. Un paese che parla di giovani, di futuro, di imprese, di capacità attrattive per gli altri Paesi. Ma tanto, accadrà come le volte scorse. Chi deve gongolare, ballando sui cadaveri, per attaccare il governo gongola. Si accenderanno per un po’ i riflettori. E poi ce se ne dimentica, fino alla prossima tragedia.
Ribadisco: l’Italia non è quella descritta qui. È anche questa. Ed è ancora peggio.
#sbetti

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