Ora tutti a piangere quei tre poveri carabinieri morti nella terribile tragedia di Castel d’Azzano, un borgo tutto curve a sud di Verona.
Ma in questo Paese è ancora possibile farci delle domande? E magari avere delle risposte? È possibile chiedere?
Se c’è una cosa che ho potuto constatare, cibandomi delle nefandezze della cronaca nera, è che quando accadono queste inenarrabili tragedie non è mai bene fidarsi delle dichiarazioni. Dei pianti finti. Delle lacrime versate quando a versare il sangue sono sempre gli altri. Non è mai bene fidarsi di chi ti dice che piange, quando il dolore non lo coinvolge direttamente, quando il volto spento e la voce tumefatta sono più dettati dalle normali regole di convivenza, dall’apparire, dalla falsa pena mista a patetica commiserazione. Dal finto pudore, dalla finta e orrenda compassione.
Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà sono morti nella notte tra lunedì e martedì. Un’operazione ad alto rischio la loro, l’avevano definita quando avevano curato il vertice in prefettura. Un’operazione rischiosa tanto da richiede l’intervento dei reparti speciali. Carabinieri, polizia di stato, vigili del fuoco, squadre operative di supporto, Uopi, unità operative di primo intervento. Tutti in tenuta antisommossa e antiesplosivo. Eppure qualcosa è andato storto. Cosa?
Il comandante generale Salvatore Luongo ha detto che l’arma non aveva subito mai così tante perdite dalla strage del Pilastro – ve la ricordate no? Era il 1991, quando la banda della Uno Bianca ammazzò tre carabinieri a Bologna – e dalla strage di Nassirya. Eppure è accaduto.
Ed è accaduto in un paesino sperduto dell’entroterra veronese, in un paese tutte curve e solo serre, dove ogni tot di abitazioni scivolano immense distese di campi coltivati. È accaduto con quelli che la gente, che ora mormora, considera i “matti del paese”, tre montanari venuti da molto lontano, “scesi dai monti”, che a 60 anni suonati, cementificati nei loro legami di sangue, vivevano ancora con mamma e papà – ora deceduti – tutti all’interno della stessa casa. Senza manco luce, elettricità, senza manco avere un medico di base. Tre contadini disperati che paiono uscire dal Signore degli Anelli, che vivevano ai confini del mondo, a contatto con una realtà che era solo la loro e che forse meritavano un aiuto ben prima dei loro debiti, distanti da tutto e da tutti, asserragliati nel loro fortino che hanno trasformato in un arsenale di guerra. Eppure si sapeva come questi avrebbero reagito.
Quante volte qui in Veneto, soprattuto quando ci sono stati espropri, ho sentito dire: “se mi tolgono la casa, brucio tutto”. Espressioni, passatemi il termine, tipiche di gente che ha dedicato la vita immergendo gli stivali nella merda e nella terra e che non vuole sentire ragioni di essere sradicata. Solo che un conto è dirlo così senza manco rendersi conto. Un conto è farlo. Con loro era diverso. Si sapeva. Si sapeva come avrebbero reagito. Cosa avrebbero fatto. Già una volta avevano riempito la casa di gas, alla visita dell’ufficiale giudiziario. E già una volta uno dei fratelli si era cosparso di benzina minacciando di darsi fuoco. Ma anche qui si lasciò correre. Nessun fermo, nessun tso, niente di niente.
Si poteva agire in altro modo? La mia è una domanda. Non un’accusa. Perché come qualcuno mi ha ricordato, ora andate a spiegare a quelle famiglie che i loro cari sono morti per mano di qualcuno che mungeva le vacche di notte, correva a fari spenti, e giocava con le molotov.
Quando l’altra notte, per il classico effetto sorpresa, i carabinieri son piovuti dal tetto e sfondando la porta d’ingresso sono entrati in casa, la sorella minore dei fratelli ha sganciato la bomba. Ha preso un accendino, e ha lanciato la molotov addosso a una bombola. L’esplosione ha sbriciolato la casa, fatto crollare il tetto. I carabinieri sono morti non per l’esplosione ma per il crollo. La casa è esplosa, implosa, deflagrata su se stessa, diventando la tomba di chi era partito al mattino e non è più rientrato a casa la sera. Diventando la tomba di chi doveva rientrare il giorno dopo per festeggiare il compleanno del padre perché il 22 ottobre doveva partire per il Libano. Diventando la tomba di chi a 36 anni vede ancora tutto il suo futuro da scrivere.
Quando Maria Luisa si è trovata dentro casa quella realtà che le ricordava le loro persecuzioni – non si sa se fossero nella loro testa – ha pensato di far esplodere tutto. Quella procedura di pignoramento per loro era la violazione dell’ultimo confine invalicabile delle loro esistenze. E le immagini di quella casa all’asta, dove per anni avevano macinato rabbia e vendetta, erano l’ultimo tassello che si aggiungeva a completare l’ingranaggio della loro disperazione. Perché di questo si tratta.
Ora quello che resta sono tre vite distrutte, di chi aveva sogni progetti e non può proseguire. E una casa che non esiste più, sbriciolata e ridotta a una poltiglia di macerie, tubi rotti, calcinacci, ferro e lalamiera lamiera.

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