🛎 Vi racconto come nasce la psicosi

Dal diario 📓 di Facebook del 24 febbraio 2020

Vi racconto come nasce la psicosi.
Questi sono gli scaffali del supermercato del Lando vuoti.
Allora questa mattina vado al bar. Faccio la rassegna stampa. Leggo i giornali. Bevo il caffè. Prendo le sigarette.
Poi quando sto per pagare, il ragazzo cinese mi guarda, esita per un attimo a chiedermi qualcosa e poi con gli occhi quasi impauriti e anche dispiaciuti mi fa: “Hai paura?”.
Io rimango zitta cinque secondi. Penso a quello che mi ha chiesto. Sorrido, ripeto la parola “paura” e poi gli dico: “non lo so, non lo so se ho paura”. Non lo so.
Allora davvero non lo so in questi giorni se ho paura. Va a momenti. Non so come spiegarvi. Ci sono dei momenti in cui ti senti crollare, momenti in cui vedi tutto nero, in cui pensi a chi sta male, in cui pensi a dove possa essere il virus, al fatto che non lo vedi, al fatto che se sei in guerra le bombe le senti, ma qui, qui no. Qui il virus può infilarsi dappertutto, può insidiarsi ovunque, può nascondersi in ogni dove. Può incunearsi dappertutto.
E invece ci sono altri momenti in cui ti senti forte, in cui senti che hai la forza per raccontare, in cui ti senti che devi prendere e andare perché un giornalista non può avere paura, dicono, ma la paura esiste e va vissuta.
Allora dicevo ci sono dei momenti in cui ti senti forte, dei momenti in cui ti senti debole, e vorresti scappare, e vorresti svegliarti il giorno dopo e scoprire che il Coronavirus che sta vivendo il mondo è un solo grande incubo. E accade così all’improvviso. Succede qualcosa, qualche notifica, qualche bombardamento di notizie, qualche testimonianza, che ti fa sprofondare. Che ti spazza via tutte le difese. Poi.
Poi ci fai il callo. Ti tiri su la sciarpa e riparti.
Allora dicevo non sai quanto ci sia da preoccuparsi. Tutti dicono la loro. Tutti dicono tutto il contrario di tutto. Un esperto dice A. L’altro dice B. Funziona un po’ come l’aiuto del pubblico o di quello da casa di Gerry Scotti. Ancora meglio il 50 e 50. Il 50 per cento che qualcuno ci azzecchi. L’altro 50 per cento che l’altro ci azzecchi a sua volta.
Ma non funziona così. La risposta giusta ce l’ha solo il Coronavirus.
Allora dicevo la psicosi. Questi sono gli scaffali del supermercato Lando vuoti. E oggi prima di vedere queste foto, mi scrive un amico che sta attendendo un test perché una sua amica è stata a contatto con il 67 enne di Mira, una delle persone contagiate, in Italia. Così mi scrive: “sto aspettando i risultati perché questa mia amica è stata a contatto con lui e io poi ho visto questa mia amica, e le ho dato i soliti due baci”.
Allora a me viene in mente che anch’io la settimana scorsa avevo visto il mio amico. E vado in crisi. Cioè penso: se questa sua amica ha visto il mio amico, se questa sua amica è infetta, e se io poi ho visto il mio amico… due più due.
Insomma lì comincio a mandare un vocale a mia sorella, e uno a una delle mie più care amiche. Non voglio andare in panico. Riesco a contenerlo. Allora penso. Ma quando ho visto io il mio amico? Che giorno. Insomma tempo dieci minuti. Io dico al mio amico: “chiama la tua amica e fatti dire il risultato”. E lui mi risponde: “già fatto, appena sa mi dice”. Tempo un quarto d’ora, il risultato arriva. Nel frattempo stavo per mettermi a piangere. Ma ok. Il risultato è negativo. Evvai!!!!
Poi. Poi però ci mettiamo un attimo calmi. E pensiamo. “Sì piano – mi dice il mio amico – perché io e te ci siamo visti prima che io mi incontrassi con lei”. Ah già è vero.
Io tiro un sospiro di sollievo. Ma penso essenzialmente a due cose: che quando accadono queste situazioni diventiamo tutti un po’ egoisti. E che bisognerebbe stare calmi e mantenere il sangue freddo. Il panico generalizzato non è la soluzione. Non lo è.
#sbetti
#Storie2020
#Coronavirus

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